I senatori a vita allungano la vita al governo

da Roma

Centosessantadue a centocinquantasette: per due voti di maggioranza (il quorum era 160), il governo ottiene al Senato la fiducia sulla Finanziaria, che ora torna a Montecitorio.
Un margine sottilissimo, che si è abbassato dall’inizio della legislatura, ma l’importante è il risultato: per ora, Prodi tiene. L’anno prossimo si vedrà. Il premier si dice dunque soddisfatto: «Il governo doveva cadere stasera, e invece è andato tutto tranquillamente, come sempre. Tutti si aspettavano una svolta e c’è stata, nella direzione giusta», assicura.
Determinanti sono stati i voti dei senatori a vita: senza di loro Unione e Cdl sarebbero finiti in pareggio, con conseguenze disastrose per il governo. Hanno votato sì Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro, Francesco Cossiga, Emilio Colombo e Rita Levi Montalcini. Sergio Pininfarina era assente, Giulio Andreotti invece si è tirato fuori: «Il maxiemendamento non mi piace per principio: è un documento con dentro 500 cose diverse, un autobus sul quale si sono ficcati tutti, uomini e bestie».
Ma sia Ciampi che Cossiga hanno dato un giudizio assai severo del provvedimento che si accingevano a votare: il primo ha espresso in aula il suo «disappunto» per un modo di procedere «improprio e che occorre dismettere». Il secondo ha avanzato «serie riserve dal punto di vista giuridico e della correttezza politica» sul maxiemendamento. Secondo il consueto copione, il presidente Ciampi è stato contestato dai senatori della Cdl quando è andato a votare la fiducia, suscitando la riprovazione del presidente del Senato Franco Marini: «Commentare il voto di un collega è la cosa più scorretta, non se ne può fare una peggiore», ha rimproverato dal suo scranno.
Romano Prodi ha colto l’occasione del dibattito di ieri per ribadire anche plasticamente la fiducia al suo «grande ministro» dell’Economia, messo sotto tiro da mezza maggioranza, Ds in testa, che secondo il tam tam vorrebbero rimpiazzarlo (con Fassino?) per aprire la «fase due». Poco prima che Tommaso Padoa-Schioppa prendesse la parola davanti all’aula del Senato, il premier ha fatto il suo ingresso in aula. Reduce da Bruxelles, Prodi in entrata ha avuto un attimo di sbandamento, dirigendosi con passo sicuro verso i banchi di An. Ma i commessi lo hanno prontamente intercettato indirizzandolo verso il suo scranno, a fianco di Tps. E Prodi ha ascoltato l’intervento del ministro con un sorriso volutamente placido fissato sul volto, dall’inizio alla fine, annuendo di tanto in tanto e complimentandosi alla fine. «Ha fatto un bel discorso», ha commentato, assicurando poi che «nei pilastri della Finanziaria ci riconosciamo tutti, e speriamo sia presto approvata in modo che la si possa attuare in fretta».
Nel frattempo però le grane attorno alla Finanziaria non accennano a diminuire: dopo la figuraccia del comma sulle prescrizioni degli illeciti contabili, con Di Pietro che minaccia le dimissioni e il governo costretto a correre ai ripari con un decreto da approvare prima della Finanziaria, ieri è scoppiato il cosiddetto caso «Cip6». Rifondazione e Verdi hanno minacciato di boicottare le prossime votazioni a Palazzo Madama se il governo non correggerà il testo della Finanziaria nel passaggio relativo ai fondi per le fonti di energia rinnovabili. Fondi che, grazie a una modifica dell’ultim’ora apportata dal governo al maxi emendamento, in netto contrasto da quanto concordato con la maggioranza, restano con il testo attuale destinati ai produttori di energia tradizionale. Ossia, spiegano dal Prc, «agli amici delle lobby di Bersani».
E così la sinistra radicale ha dato il suo ultimatum: «Oggi votiamo la fiducia - ha annunciato il vicepresidente del gruppo di Rifondazione Tommaso Sodano - ma se il governo non pone rimedio all’errore contenuto nel maxi emendamento non parteciperemo più ai lavori», a partire da martedì prossimo quando in aula al Senato tornerà la legge comunitaria. Col rischio serio che non venga approvata.