I senatori a vita stacchino la spina a Prodi

I senatori a vita sono oggi, non senza motivo, tra le persone più impopolari d’Italia: arrivati in Parlamento non con i voti dei cittadini, ma per gli incarichi ricoperti in passato (gli ex presidenti della Repubblica) o per speciali meriti politici o civili, hanno fin qui sostenuto abbastanza acriticamente un governo che, senza di loro, potrebbe andare sotto a ogni votazione. Essi hanno cioè fatto, con qualche eccezione (Cossiga, occasionalmente Andreotti, una volta Pininfarina), una arbitraria scelta di schieramento, anziché interpretare il ruolo che, nell’immaginario collettivo se non nella Costituzione, dovrebbero ricoprire: quello di coscienza critica del Paese, di interpreti di sentimenti popolari non recepiti dai partiti, in alcuni casi anche di arbitri in situazioni delicate.
Quando in Senato c’erano maggioranze ampie, nessuno badava molto né alla loro esistenza, né a come votassero: ma ora che a Palazzo Madama c’è un equilibrio quasi perfetto, la loro presenza ha assunto un peso che forse coloro che li «inventarono» non avevano mai immaginato che potesse avere.
Ebbene, in questo momento drammatico, i senatori a vita hanno un’occasione straordinaria per riscattarsi agli occhi della maggioranza degli italiani e rendere nello stesso tempo un grande servizio al Paese. I sondaggi (e, ultimamente, anche le cronache) ci dicono ogni giorno che la popolarità di Prodi è in caduta libera, che circa due terzi degli elettori non ha più fiducia in questo governo, che se si andasse alle urne il centrodestra vincerebbe alla grande anche con questa contestata legge elettorale.
In altre parole che, in seguito agli errori del Professore e alla rissosità della sua maggioranza, il clima è totalmente mutato rispetto a un anno fa e che gli italiani anelano a un rapido cambiamento.
Ma, come è emerso chiaramente anche dalla visita di Berlusconi, Fini, Bossi e Rotondi al Quirinale, nessun cambiamento, neppure alla guida dell’esecutivo, è possibile senza una crisi formale. Per prima cosa, il governo deve essere bocciato, se non in un voto di fiducia, almeno su una legge o una mozione importante, e poi non essere resuscitato e riconfermato, come è invece accaduto in occasione della crisi sulla politica estera. Visto che, in queste occasioni, la paura di perdere il potere finisce sempre con il ricompattare il centrosinistra, dai veteromarxisti ai teodem, la speranza più concreta - malattie o assenze inopinate a parte - è che a mostrare il pollice verso a Prodi siano proprio i sette senatori a vita.
Nessuno di loro è «uomo di sinistra» al punto da doversi vendere l’anima pur di tenere in piedi il Professore. Nessuno di loro (con l’eccezione di Scalfaro) è organico all’attuale maggioranza al punto da poter essere tacciato di tradimento se votasse contro il governo. Tutti dovrebbero avere, come unica stella polare, il bene del Paese, e come obbiettivo primario aiutarlo ad uscire dal tunnel liberandolo da un governo che ormai neppure coloro che l’hanno votato vogliono più.
È vero che alcuni di loro potrebbero avere il dente avvelenato con il centrodestra per le contestazioni di cui sono stati oggetto nelle occasioni in cui hanno fornito a Prodi la stampella di cui aveva bisogno, ma sono anche persuaso che tutti siano abbastanza generosi per non farsi guidare dal rancore. L’esperienza, al contrario, dovrebbe suggerire loro che, se vogliono per una volta assolvere alla loro reale funzione, devono farsi interpreti degli umori dell’opinione pubblica e dare a questo sciagurato esecutivo, pigiando il famoso bottone rosso, quella piccola spinta che ancora gli manca per cadere. Prenderebbero non due, ma addirittura tre piccioni con una fava: dimostrerebbero la loro utilità, entrerebbero nella storia e forse si metterebbero anche a posto con le rispettive coscienze.