I servizi segreti israeliani l’avevano previsto in luglio

Dopo la strage di Sharm El Sheikh gli 007 di Sharon dissero che «i prossimi morti saranno raccolti ad Amman». Ma la prevenzione non è bastata

Luciano Gulli

Cominciarono con Londra, per dare una seconda mazzata all’Europa dopo Madrid, e per saggiare l’operatività delle cellule «in sonno» nel Regno Unito, che da tempo reclamavano di essere messe alla prova. Poi passarono all’Egitto dell’«apostata» Mubarak, colpendolo in quella fabbrica di denari e di «corruzione occidentale» che si chiama Sharm El Sheikh. Il terzo obiettivo sarebbe stato la Giordania di re Abdallah, «reo», come Mubarak, di essere sul libro paga degli americani, secondo la vulgata di Osama Bin Laden e dei suoi sodali. E come per gli attentati di Londra, anche stavolta non era in discussione il «se», ma il «quando» avrebbero colpito.
Il Giornale pubblicò la notizia nella sua edizione del 28 luglio. Chi scrive era a Sharm, in quei giorni. La nube di polvere seguita ai tre attacchi terroristici che avevano sconvolto la sonnolenta quiete del resort turistico sul Mar Rosso non si era ancora posata, e già la parola «Amman» vorticava sui cieli del Sinai. A pronunciarla erano gli uomini dei servizi di sicurezza israeliani. «È lì che raccoglieremo i prossimi morti», diceva la voce che era rimbalzata a Sharm da Gerusalemme. Ma anche il controspionaggio di re Abdallah aveva annusato l’aria, e ad Amman (questo forse è stato l’errore) si erano convinti che la botta sarebbe arrivata di lì a poco. Una, due settimane. Forse un mese. Non quattro, come invece è successo.
Ad Amman, sul finire di luglio, lo stato d’allerta era già ai massimi livelli. L’esercito e la polizia presidiavano in forze la capitale, ma anche i siti turistici di Petra e di Jerash, nel nord, dove era in corso un festival frequentato da molti occidentali. Gli occhi erano puntati naturalmente sul confine giordano-iracheno, dove un piano per far saltare la pipeline che pompa petrolio dai pozzi di Kirkuk, nel nord iracheno, era stato sventato poche settimane prima. Il piano, quella volta, prevedeva un attacco su più fronti. Nel mirino c’erano l’oleodotto e le colonne di autocisterne americane e giordane che portano combustibile in Irak, per rifornire la popolazione ma anche per alimentare la macchina da guerra americana. Gli altri due obiettivi segnati con una croce erano i terminali petroliferi e i villaggi posti intorno alle stazioni di pompaggio. Perchè i villaggi? Semplice. Per «educarne» gli abitanti (in massima parte impiegati alle pompe e ai terminali) e ricordare loro che con gli americani non si collabora.
Si guardava dunque al confine iracheno, ma si intuiva che ora l’attacco sarebbe stato portato nel cuore della capitale. Abu Musab al-Zarqawi si è preso tutto il tempo che gli è parso necessario. Ha aspettato che l’allarme si diluisse, che l’apparato di sicurezza abbassasse la guardia, come è umano che accada, e ha scatenato i suoi kamikaze.
L’attacco contro i tre alberghi di Amman dimostra ancora una volta, se pure era necessario, che dal terrorismo dei kamikaze non è facile difendersi. E che le difese poste in atto, quasi sempre vengono aggirate. È la forza dei terroristi: la sorpresa, la scelta dei tempi e degli obiettivi, che sono innumerevoli. Pure, nel caso della Giordania (che può contare, anche se non ufficialmente, sulla collaborazione dei servizi segreti israeliani) qualcosa di più si poteva forse fare, per monitorare meglio il territorio. Si sapeva da un pezzo che Zarqawi, braccio destro di Bin Laden in Irak, aveva fatto uscire (dotandoli di identità nuove di zecca) oltre un migliaio di combattenti dalla provincia irachena di Anbar, sparpagliandoli fra l’Europa, l’Africa occidentale e il Medio Oriente. L’ordine assegnato a ciascun militante era di raggiungere i Paesi loro assegnati. E di aspettare. Ai kamikaze di Amman, la parola d’ordine è arrivata l’altra sera. Ora tocca agli altri, acquattati in giro per l’Europa. Se non che, disgraziatamente, sulla lista di Zarqawi ci siamo anche noi.