I sette vizi musicali del rocker girovago

Inizia la maratona milanese del cantante emiliano: mercoledì il primo dei sette megaconcerti al Datchforum

Non c’è gara, lui è il rocker dei record. Basti come esempio il concerto del settembre 2005 al Campovolo di Reggio Emilia: 165mila fan (qualcuno dice 180mila), comunque un record assoluto per un artista da solo davanti a un pubblico pagante. Ora si butta sulla maratona rock «Elle 7»: sette concerti a Roma (chiusi il 26 novembre) e altri sette al Datchforum di Milano con debutto mercoledì (poi venerdì 14, sabato 15, lunedì 17, martedì 18, giovedì 20 e ultimo show venerdì 21 dicembre).
Il sette è un numero ricorrente e scaramantico per il Liga. Ricorda che nel 1987 ha tenuto il suo primo vero concerto e nel ’97 ha battezzato il primo stadio, così come il 7 gennaio è il suo onomastico, il suo nome è di sette lettere e, a guardare bene, lui ha 47 anni. Così ha deciso di raccontare se stesso sullo sfondo dell’Italia in cui è cresciuto e che ha amato. Infatti gli spettacoli romani - e anche qui da noi sarà così - vedono alle spalle del rocker un maxischermo su cui scorrono le immagini di Fabrizio De André, Giorgio Gaber, Sophia Loren, Alberto Sordi, papa Luciani, Enzo Biagi, Falcone e Borsellino, Enzo Bearzot perché la passione calcistica e la fede interista del Liga non si discutono.
Le sue canzoni faranno da corollario alla storia e viceversa. È uno show costruito sul cd e dvd antologico (il primo best del Liga con due inediti) Primo tempo, naturalmente in vetta alla hit parade proprio questa settimana. Poi, nel 2008, ci sarà il seguito e un tour vero e proprio per placare la fame dei fan.
L’antologia e quindi presumibilmente i concerti milanesi coprono l’arco di tempo che va dagli esordi al 1995 con le inedite e polemiche Buonanotte all’Italia e Niente paura, quest’ultima già in rotazione nelle radio e presentata in televisione. Seguendo l’album dovrebbero esserci anche l’inno on the road Certe notti, l’intimista Ho messo via, la preghiera pagana Hai un momento Dio e i classici A che ora è la fine del mondo? Vivo morto o X passando per Bar Mario.
A Roma il Liga si è divertito a giocare con le cover, rileggendo la dura Eppure soffia del suo maestro Pierangelo Bertoli («a lui ho portato le mie prime canzoni cercando il suo numero sull’elenco telefonico») e pezzi mitici come Jumpin’ Jack Flesh dei Rolling Stones e Rebel rebel di David Bowie. Quindi anche a Milano ci saranno tante sorprese. Caratteristico invece rimane il sound di Ligabue, il più americano tra i nostri cantautori (il che non significa il meno originale, anzi), quello che sposa il rock aggressivo e la melodiosità country e che sa togliere al folk quella patina troppo melensa. Scrive canta e suona con quella semplicità terragna che marchia tutta la sua opera, cantando il mondo dei ragazzi ma anche le sue emozioni autobiografiche «perché non ho mai avuto il pudore dei miei sentimenti, di qualunque natura, anche quelli che nascono da emozioni grandi».
Inutile sottolinearlo, è un idolo dei giovani ma uno che non se la tira. Uno che ha descritto con freddo realismo il mondo delle star in Tra palco e realtà («abbiamo amici che non conosciamo e finché va bene ci leccano il culo/ e poi abbiamo casse di Maalox per pettinarci lo stomaco»), uno che lancia messaggi senza nascondersi.
Attraverso il suo sito mantiene un fitto dialogo con i fan (nell’ultima tournée sono stati loro a suggerire le canzoni da mettere in scaletta) ma dice: «Che disagio quando i giovani vengono a chiederti consiglio. Non è che uno perché canta abbia delle ricette universali. Non c’è un manuale di istruzioni per vivere, ognuno se lo scrive da solo».
Però i suoi fan apprezzano la sua sincerità, il suo modo di essere un po’ timido e un po’ guascone, una specie di don Chisciotte o - come lo ha definito Vincenzo Cerami - di Martin Fierro, il cantastorie girovago argentino che combatte contro gli indios e contro la solitudine. L’unica differenza è che Ligabue lo fa a tempo di rock.