I silenzi di Amato

Negli ultimi venticinque anni è stato l’uomo ininterrottamente al potere, come se una mano invisibile lo proteggesse da ogni buriana politica o giudiziaria. Ci riferiamo, naturalmente, a Giuliano Amato che dal 1983 è stato due volte presidente del Consiglio, due volte ministro del Tesoro, presidente dell’Antitrust e ministro dell’Interno. L’ex Delfino di Bettino Craxi qualche giorno fa ha detto qualcosa che mai avrebbe detto negli ultimi anni. In un’intervista al Corriere della Sera, infatti, parlando del nostro sistema politico Amato ha spiegato che il male italiano sta nel fatto che mancano i partiti di massa. E sarebbe una iattura, ha continuato, se si pensasse che questa anomalia potrà essere risolta con le tecnicalità di una nuova legge elettorale e non con un lavoro tutto politico capace di allineare il nostro Paese alle maggiori democrazie europee.
Musica per le nostre orecchie visto che dal ’94 predichiamo invano che il dramma italiano sta proprio nell’aver introdotto un sistema maggioritario con quel premio che fa diventare maggioranza parlamentare chi è minoranza nel Paese e che obbliga prima delle elezioni, e cioè fuori dal Parlamento, a definire alleanze con chiunque pur di battere per qualche voto l’avversario ed incassare così decine di parlamentari in più. Un’anomalia democratica che si è accompagnata in questi anni alla cancellazione di quasi tutte le identità politiche in un processo di frantumazione i cui padri sono alcuni opinionisti e professori che da quindici anni pontificano sui sistemi elettorali, sulla bontà salvifica del sistema maggioritario e sui presunti nuovi orizzonti politici del Paese. Il tutto con l’aiuto di quello stormo di cavallette che rispondono al nome di referendari al cui passaggio ogni cosa viene distrutta come dimostrano gli ultimi diciotto anni e nel silenzio complice della sinistra italiana. Questo silenzio è stato rotto dall’intervista di Giuliano Amato. E sbagliano i piccoli partiti a non condividere la sua proposta che contrappone, nella costruzione dei partiti di massa, la politica all’imbroglio di una riforma elettorale su misura.
Amato, però, si ferma sulla soglia di un’analisi politica più approfondita. Non è colpa di un destino cinico e baro se, ad esempio, l’Italia non ha una sinistra democratica capace di porsi da sola come alternativa di governo. La sinistra italiana ha avuto fino al ’91 un grande partito di massa che era il Pci la cui proposta politica, però, era irricevibile dal Paese, eccezion fatta per gli enti locali, dove, invece, l’alternanza al potere funzionava. Fu Craxi ad immaginare e a perseguire l’unità nazionale della sinistra italiana sulle orme di Mitterrand e dei socialdemocratici tedeschi e per questi motivi aprì le porte del Partito socialista europeo al Pci di Occhetto. E fu massacrato da quel partito che sapeva di non potersi più chiamare comunista ma che non si sentiva, e mai si sentirà, di chiamarsi in Italia socialista quasi che la scissione di Livorno del 1921 possa ancora far sentire la sua presa. Da quel massacro socialista nacque il tentativo dell’unità tra il vecchio troncone comunista e un pezzo della sinistra democristiana conclusasi oggi con la costituzione del Partito democratico. Ma l’anomalia resta tutta intera.
L’errore di Veltroni e compagni, infatti, sta ora nello scimmiottare il modello politico americano in un’Europa nella quale la tradizione socialista vive e governa, dall’Inghilterra alla Spagna, dalla Germania all’Austria. Amato avverte questo errore ma lo tace per una antica vocazione di obbedienza al vecchio verso dantesco «Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole». Amato sa che i grandi partiti di massa senza culture politiche di riferimento non ci saranno mai e fino a quando esse non verranno riscoperte e rilanciate, l’affanno istituzionale resterà una condizione cronica del nostro sistema politico. Il suo silenzio su questo terreno lo fa diventare complice del disastro italiano come dimostrano gli ultimi drammatici mesi di governo.
Geronimo