I silenzi e le contraddizioni nei numeri fiscali dell’Unione

Non vengono chiarite le possibili soglie di esenzione. Bocche cucite sugli aumenti contributivi a carico del lavoro autonomo

Da Roma

Guerre di cifre o semplice confusione. Ogni volta che qualcuno ha cercato di dare la concretezza dei numeri e delle percentuali al voluminoso programma dell’Unione, sono seguite puntuali smentite, precisazioni e distinguo. Tanto che i tecnici dei Democratici di sinistra e della Margherita, che della coalizione sono gli azionisti di maggioranza, ogni volta che qualcuno cerca di entrare nel dettaglio rispondono nell’unico modo possibile: «Non è questo il momento. I dettagli li vedremo poi». Strategie da vecchi volponi di palazzo, formati alle spietate scuole di Botteghe oscure e Piazza del Gesù. Ma a cascare nell’errore di esporsi troppo sulle cose da fare è stato anche un politico di razza come Romano Prodi, capo della coalizione. Il caso è quello segnalato ieri dal premier Berlusconi. Prodi nei giorni scorsi ha assicurato che la sinistra non farà «mai un’imposta che gravi sui poveri ed esenti i ricchi». Poi ha indicato la soglia sui 250mila euro: «ai miei tempi era 250 milioni e ora si può raddoppiare». Peccato che l’Unione e lo stesso Piero Fassino, segretario dei Ds, abbia più volte parlato di un ripristino «solo per i grandi patrimoni, sopra i 500mila euro per erede, mentre la stragrande maggioranza delle famiglie continuerà ad essere esente». Ieri Prodi è tornato a smentire il centrodestra sostenendo che il ritorno della tassa di successione «è solo per le grandi fortune. Stiano tranquilli gli italiani, tutti gli italiani che hanno le case, gli agricoltori che hanno i fondi o quelli che hanno una impresa familiare. Per loro non ci sarà alcuna imposta di successione». Una frase che potrebbe far pensare all’esclusione degli immobili dai patrimoni da tassare, se non fosse che il mattone è uno dei beni sui quali la sinistra pensa di avere trovato «la ciccia», per utilizzare un termine dell’economista Renato Brunetta.
Cifre diverse anche sull’aliquota unica per le imposte sui risparmi. Prodi ha detto di pensare al 20 per cento, mentre l’ex ministro Vincenzo Visco sta facendo i suoi conti partendo dal 19 per cento. Soglia sopra la quale scatta l’imposta di cui ha parlato solo il leader del Prc Fausto Bertinotti: 100mila euro.
Bocche cucite anche quando si tratta di parlare del carico contributivo sui lavoratori autonomi e sui collaboratori. Adesso pagano il 18 per cento, il prossimo anno per effetto della riforma varata dal governo in carica, il 19 per cento. Se l’Unione andrà al governo l’aliquota salirà. E l’ex ministro del lavoro Tiziano Treu ha fatto capire che potrebbe arrivare al 25 per cento. Un po’ troppo secondo alcuni.
Cifre in libertà anche sul punto più importante del programma dell’Unione, cioè il taglio di cinque punti del costo del lavoro. Il problema è il come modularlo. Ma lì lo scontro è tutto politico ed è tra chi vorrebbe che a beneficiarne siano soprattutto i lavoratori (Rifondazione), in modo da far recuperare potere d’acquisto e dare impulso ai consumi. Poi c’è chi vorrebbe far risparmiare le imprese (Rosa nel Pugno), facendo aumentare la competitività del sistema economico italiano. E c’è anche chi vorrebbe ripartire il taglio tra lavoratori, aziende e un fondo per aiutare i precari e finanziarie la ricerca, soprattutto quella per le fonti energetiche alternative (i Verdi).