I «sinceri democratici» contro Sarah Palin

Caro Granzotto, non è certamente il caso di stupirsene, ma ancora una volta la stampa di sinistra progressista ha dato il peggio di sé nel commentare la scelta di John McCain di candidare alla vicepresidenza degli Stati Uniti Sarah Palin. Tralascio le volgarità su Trig, affetto dalla sindrome di Down, del quale è stato insinuato che sarebbe figlio di Bristol e non di Sarah. Tralascio anche le volgarità su Bristol, «colpevole» di aspettare un bambino pur essendo diciassettenne e non ancora sposata. Tralascio gli hamburger di alce e il fatto che per avere una famiglia così numerosa Palin non troverebbe il tempo per occuparsi degli affari di Stato. C’è da inorridire per questo massacro di una donna da parte dei paladini del femminismo e delle quote rosa. Ma la cosa più paradossale è l’accusa a lei mossa di essere contemporaneamente pro life, contro l’aborto indiscriminato e a favore della pena di morte. Mi dica lei, caro Granzotto, se si può essere più in malafede, più mascalzoni di così.


Difficile, ma i «sinceri democratici» di quella pasta, sono. Non hanno in simpatia le basi Nato (vedi la sarabanda girotondina del Dal Molin), però attaccano Berlusconi per aver concordato con Gheddafi che non saranno usate per attacchi alla Libia. Si ergono a paladini di «Italia nostra» e poi Veltroni ti va ad appaltare lo sventramento del Pincio per farvi un mega garage. Strillano come aquile se i marchi dell’italianità cambiano bandiera e poi volevano svendere l’Alitalia ad Air France. Chi li capisce? Certo non gli elettori, che seguitano a darsi alla fuga. L’accusa mossa a Sarah Palin di essere al tempo stesso pro life e pro pena capitale è pura cretineria: la contraddizione, infatti, potrebbe valere anche per l’altro campo, per i «sinceri democratici» contrari alla pena di morte ma favorevoli ad uccidere una vita in grembo. Senza aggiungere che con quei criteri di giudizio chi non contesta le pene detentive previste dal Codice, chi non invoca l’abolizione totale del carcere, risulterebbe un patentato nemico della Libertà, valore, mi par di ricordare, condiviso e non negoziabile.
Sulla vittoria di McCain io ci ho scommesso, gentile lettrice. Esattamente come, fino a qualche settimana fa, la sinistra scommetteva non sulla vittoria, ma proprio sul trionfo di Barack Hussein Obama. Sapremo presto come andrà a finire, ma è chiaro, è evidente che le certezze dei «sinceri progressisti» cominciano a scricchiolare. Lei ha ricordato la grifagna aggressione alla futura - ci conto - vicepresidente degli Stati Uniti. Ma cosa dire dei vari Michael Moore che alla notizia dell’arrivo su New Orleans dell’uragano Gustav, sicuri che avrebbe procurato i danni (e i morti) di quello che colpì la città nell’agosto del 2005 obbligando così i repubblicani ad annullare la loro convention, hanno gongolato: «È la prova che Dio esiste!»? Se ricorrono a simili volgarità significa che sentono bruciare la terra sotto i piedi e cominciano a temere che, proprio perché il ticket McCain-Palin ha tutte le caratteristiche per dispiacere ai liberal d’Oltreoceano e ai repubblicones nostrani, ne ha, con gli interessi, per piacere assai al solido elettorato americano. Quello che non si fa incantare dagli «I have a dream» e dai «We can», ma sceglie un presidente che se riceve la famosa telefonata alle tre di notte non corra a rileggersi i discorsi di Martin Luther King, ma agisca sapendo cosa fare.