I sinceri democratici e le previsioni sul Berlusconi politico

Egregio dottor Granzotto, di un economista si dice che sia «un esperto di tal fatta che, su dieci previsioni, nove le sbaglia e una l’impatta!». Forse è una definizione maliziosa, ma visti i risultati... Che dire, invece, dei cosiddetti politologi, esperti in acqua fresca, pressappochisti per professione? Mi permetto di rubare a Filippo Facci un sunto dell’articolo da lui pubblicato sul Giornale in occasione del decimo anniversario della «discesa in campo» di Silvio Berlusconi. Scrivevano: Gian Paolo Pansa, sull’Espresso: «Perderà. Berlusconi potrà combattere per un pugno di parlamentari che tutelino gli interessi Fininvest». «Potrà capitarle (rivolto a Berlusconi) di essere sbranato... Si prepari a perdere, o impopolare miliardario di Arcore»; Gianni Vattimo, sempre sull’Espresso: «Scende in campo... perché è indebitato fino alla collottola». Massimo Riva sulla Repubblica: «Chi se ne frega del becero fascistume di quel comico indebitato guerriero, quel parvenu... »; Mino Martinazzoli, affossatore della Dc e del Ppi: «Cavaliere, non si fa politica col pallottoliere!»; Vincenzo Visco: «Il grande imprenditore è pressoché fallito... dai bilanci consolidati tenuti per molto tempo nascosti emerge una situazione finanziaria per la quale la bancarotta scatterebbe non appena i creditori lo decidessero»; Massimo D’Alema: «Finirà per chiedere l’elemosina in via del Corso!». E questo è il più intelligente del pollaio di sinistra. Chissà gli altri! Per Pansa Berlusconi era un miliardario impopolare di Arcore. Per altri intellettuali «sinceri democratici» era praticamente in mutande. Dopo sedici anni noi, che non siamo vispi come questi intellettuali di sinistra, stiamo ai fatti: Berlusconi è sempre in sella, gode dell’approvazione della maggioranza degli italiani e, nonostante dal ’96 al 2001 e dal 2006 al 2008 abbiano governato «loro», sembra che le finanze personali del Cavaliere non vadano poi tanto male, Fininvest non è fallita e anzi ha inanellato esercizi positivi, nonostante questi ultimi due terribili anni. Caro Granzotto, potrebbe spiegare a me e a tanti suoi lettori che cosa significa, in sostanza, essere un intellettuale di sinistra? Significa, forse, non azzeccarne mai una giusta? Significa raccontare fregnacce e non pagare mai dazio?
Ospitaletto (Brescia)

Cominciamo col tener fuori Gian Paolo Pansa, caro Solazzi. È un amico e io con gli amici non entro in polemica, poi è professionalmente una mezza dozzina di spanne sopra agli altri e quindi non c’è gara. Ciò stabilito, non resta da dire che se quando si maneggia la politica, che è una scienza inesattissima, è difficile azzeccarla, diventa impossibile se ci si fa prendere la mano dal pregiudizio. A quel circolo molto chic, molto blasé, politico-intellettual-narcisista che si credeva e si crede tuttora essere il sale della terra, Berlusconi fu sprezzato non per le sue idee, ma perché ebbe l’improntitudine - lui, un parvenu per dirla con Massimo Riva - di voler rompere le uova nel paniere, di sparigliare le carte di un gioco che i «sinceri democratici» davano già vinto per cappotto. Che si permetteva di occupare il vuoto politico (e partitico) che fece seguito alla coventrizzazione dei magistrati di Mani pulite: prateria dove intendeva scorrazzare, libera e gioconda, la sola «gioiosa macchina da guerra» (post)comunista. Di temperamento isterico, quel circolo diede poi i numeri quando l’elettorato trasformò la discesa in campo del Cavaliere in un trionfo continuo. E sono ancora lì, da sedici anni, a mangiarsi il fegato. Buon appetito.