I sindacalisti

La rappresentanza politica è dei partiti, ma il potere è dei sindacati. Potrebbe essere questo il riassunto delle due giornate di voto per la presidenza della Camera e del Senato con relativa elezione di Fausto Bertinotti e Franco Marini. Due ex sindacalisti al timone del Parlamento italiano sono l’esempio lampante della simbiosi di due mondi che in una società competitiva invece dovrebbero essere separati.
Se nelle stanze della Cgil e della Cisl si sorride con soddisfazione perché la corsia preferenziale per Montecitorio e Palazzo Madama è aperta, dall’altra parte dell’emisfero politico e nel mondo dell’impresa forse bisognerebbe cominciare a interrogarsi sui legami che appaiono inscindibili tra la maggioranza di centrosinistra e quella che un tempo nelle cronache era dipinta come «la Triplice».
Il problema del sindacato che fa politica non nasce certo oggi. È dai tempi dell’Assemblea Costituente che si discute «la possibilità, quanto meno ipotetica, che i sindacati, per i collegamenti che possono stabilire con taluni partiti politici e non con altri, vengano a svolgere un ruolo obiettivamente di alterazione del quadro costituzionale delle competenze, quanto meno in linea di fatto».
Il risultato dello scrutinio di ieri ci consegna una legislatura fortemente caratterizzata, tanto da poterla definire «Repubblica dei sindacati». Bertinotti e Marini portano al vertice delle assemblee parlamentari la loro storia personale. E il discorso del neo presidente della Camera ne è stato un assaggio. Quando la terza carica dello Stato fa il suo esordio parlando di «centralità del lavoro», «precarietà» e «disagio», non è assurdo credere che queste idee possano trasformarsi in azione parlamentare. Si dirà che in fondo il primo articolo della Costituzione afferma che «la Repubblica italiana è fondata sul lavoro», ma non c’è Carta fondamentale al mondo che fondi uno Stato sull’ozio.
Quando una matricola come Titti Di Salvo, ex segretario confederale della Cgil, entrando a Montecitorio dichiara che «la situazione del Paese è molto seria e grave, spero di dare una risposta ai tanti giovani che chiedono un aiuto, come i precari», s’ode lo spartito bertinottiano diffondersi e moltiplicarsi. Quando Teresa Bellanova, segretario confederale dei tessili della Cgil, eletta in Puglia nelle liste dell’Ulivo, annuncia che «la riforma degli ammortizzatori sociali è ormai improrogabile», si dispiega in Parlamento la piattaforma contrattuale della Cgil. Quando Adriano Musi, ex segretario generale aggiunto della Uil, commentando le parole di Bertinotti dedicate al mondo del lavoro dice che «richiede approfondimenti e riflessioni. Capisco che in un discorso sintetico sia difficile rappresentare il pensiero di tutti, ma proprio per questo era meglio limitarsi», vediamo rispuntare in Parlamento lo scontro sindacale che ha opposto la Cgil alla Uil e alla Cisl, quando il sindacato di Epifani non firmò il Patto per l’Italia e l’accordo sulla Legge Biagi.
La porta girevole sindacato-politica ha dato una seconda giovinezza a quelli che sembravano aver chiuso la carriera. Pietro Larizza, ex segretario generale della Uil, è riuscito a passare prima al vertice del Cnel e ora spera di entrare in Senato (è il primo dei non eletti nella lista dei Ds nel collegio del Lazio). Sergio D’Antoni, dopo esser stato segretario generale della Cisl, è saltato dall’alleanza con Andreotti all’Udc, per poi approdare in Parlamento con la Margherita. L’inossidabile Giorgio Benvenuto ha ancorato alla Quercia la Uil che ha guidato per oltre sedici anni. La lista è nutrita e dentro i partiti chi viene dal sindacato occupa posti chiave. Cesare Damiano, un passato alla Cgil, è responsabile lavoro dei Ds; Tiziano Treu, professore di diritto del lavoro, è entrato in politica nella Margherita dopo esser stato consulente numero uno della Cisl. Gli esempi si sprecano, Bertinotti e Marini non sono i primi pezzi da novanta a fare il cambio di campo: il leader storico della Cgil, Luciano Lama, fu vicepresidente del Senato.
Il rapporto sbilanciato (a sinistra) tra politica e sindacato non è solamente un problema di «travaso» di classe dirigente. C’è in ballo molto di più e, in particolare, la gestione del cosiddetto «conflitto sociale». L’Unione ha già rimesso la parola «concertazione» al centro del suo vocabolario e c’è chi auspica una luna di miele con i sindacati, come lascia d’altronde intendere il premier in pectore Romano Prodi quando dichiara di voler «organizzare un po’ di felicità».
Mettiamo da parte l’arcadia prodiana e torniamo alla realtà: il banco di prova immediato sarà quello degli scioperi. Nel primo anno di vita, il governo Berlusconi si trovò di fronte a un fuoco di sbarramento impressionante. Un Vietnam con la chiave inglese. Basta rileggere queste righe di Rassegna Sindacale, la rivista della Cgil: «Nell'arco dello scorso anno (si parla del 2002, ndr) le ore di sciopero hanno toccato la soglia di 32,7 milioni. L'aumento percentuale, rispetto al 2001, è stato del 355,2%. Si tratta del livello di agitazioni più elevato dell'ultimo decennio. L'Istat segnala inoltre che la maggior parte delle ore perse (l'84,1%) è dovuta a vertenze non originate direttamente dal rapporto di lavoro. Si tratta dei cosiddetti scioperi «politici» (definizione impropria, quando si scende in piazza per difendere l'articolo 18 o il diritto alla pensione), che hanno occupato una fetta di 27,5 milioni di ore. Vogliamo scommettere che al governo Prodi questo non succederà?