«I sindacati non permettano questi attacchi ai manager»

RomaOnorevole Cesare Damiano, lei è stato ministro del Lavoro nel governo Prodi, ma ha anche una lunga esperienza in Cgil. La preoccupa il diffondersi in Europa di forme di protesta come i sequestri dei manager?
«Sono episodi che dimostrano che la crisi purtroppo esiste e colpisce duro, e che le lotte e i disagi sociali possono anche prendere strade impreviste e gravi. Quando di mezzo c’è il destino di un’impresa e del proprio posto di lavoro, la conflittualità non è un giro di valzer».
Vede pericoli di emulazione anche in Italia?
«Il rischio di emulazione può sempre esserci. Ma in Italia, dove ci si lamenta spesso della conflittualità del movimento sindacale, si sottovaluta la sua capacità di canalizzare le forme della protesta dandogli l’espressione più pacifica e democratica possibile. L’importante dunque, per evitare degenerazioni, è che ci sia un’azione efficace e preventiva. E sicuramente il nostro sindacato è capace di interpretare e promuovere la protesta con tempi e modi democratici. Più c’è gente che si mobilita e più siamo al sicuro da fenomeni estremistici».
Nei Paesi dove i sequestri sono accaduti la situazione è diversa da questo punto di vista?
«Diciamo che in quei Paesi spesso non c’è un movimento sindacale particolarmente conflittuale, e neppure particolarmente forte. Hanno forza le categorie, le singole aziende, i mestieri. A differenza che da noi non c’è nessuna visione generale, e confederale, del sindacalismo. Qui invece i sindacati non lasciano isolate le lotte».
Il segretario Fiom Giorgio Cremaschi ha dichiarato al «Giornale» che anche in Italia ci sono stati sequestri di manager avallati dai sindacati. È vero?
«Non ho alcun ricordo di episodi di quel tipo. Nella mia lunga esperienza di sindacalista ho visto momenti di conflitto molto aspro, ricordo blocchi delle merci in entrata e in uscita, occupazioni di strade, cortei interni. Cose che fanno parte del breviario sindacale in tutto il mondo. Ma sequestri proprio no».
Si tratta di un salto di qualità?
«Di certo una novità, gli episodi. Si identifica nel manager la longa manus di una lontana e imprendibile proprietà. Lo ha scritto Valentino Parlato sul manifesto: un tempo i grandi proprietari terrieri stavano nei loro palazzi di città, e i contadini se la prendevano con i fattori. Oggi, nell’era dei Cda fantasma e delle multinazionali, il bersaglio diventa il moderno fattore: il manager».
Una parte del sindacato, come dimostra l’intervista a Cremaschi, sembra quasi giustificare simili azioni di lotta.
«Non ho letto l’intervista, ma non credo si possa in alcun modo auspicare un’emulazione italiana. Sono certo che il movimento sindacale italiano non possa assolutamente favorire quelle forme di lotta. Per impedire degenerazioni simili ci vogliono adeguate azioni di massa, bisogna che il sindacato sappia essere alla testa e non alla coda del conflitto sociale».
La divisione interna al sindacato italiano può causare difficoltà?
«Sicuramente non aiuta. E questo dovrebbe far riflettere tutti: è una divisione che non investe solo le confederazioni, ma l’intero tessuto nazionale. Serve più che mai un sindacato forte e unito per far fronte alla crisi. Ma bisogna dire che di solito di fronte a licenziamenti, ristrutturazioni pesanti, lotte importanti il sindacato sa ritrovare una strada unitaria. Anche se è diviso su grandi questioni come la contrattazione nazionale, a livello locale è sempre riuscito a dare risposte unitarie».