I sindacati: «Sui tagli Fiat deve intervenire il governo»

Sindacati sul piede di guerra: si prepara un inverno caldo praticamente ovunque, sia nel pubblico impiego che nelle aziende private, a cominciare da Fiat. Tutte le sigle, sia pure con varie sfumature, minacciano la mobilitazione se non sarà fatta chiarezza sul futuro degli stabilimenti italiani del Lingotto: l’occupazione non deve essere toccata e anche il governo deve impegnarsi di più. «Ci mobiliteremo per far cambiare impostazione a Fiat perché il taglio di stabilimenti in Italia significa un disastro», afferma Enzo Masini, coordinatore nazionale auto della Fiom Cgil. E il segretario nazionale della Fim-Cisl Bruno Vitali mette in chiaro che «il vincolo occupazionale è inalienabile. Non escludiamo mobilitazioni se non si avvia il confronto rapidamente: rivendichiamo modelli di larga produzione in Italia». Il segretario generale della Uilm, Antonino Regazzi, chiama in causa il governo che «non sta facendo fino in fondo la sua parte» e dice basta allo «stillicidio» di notizie sul piano industriale del Lingotto. Infine per Roberto Di Maulo, segretario generale del Fismic, Fiat «sta sbagliando nel metodo» perché il 1° dicembre ci sarà un incontro con il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, «senza sindacati» e «nel merito perché c’è la volontà di chiudere degli stabilimenti in Italia».
Sindacati divisi, invece, sul fronte del rinnovo dei contratti pubblici, a cui sono interessati circa 3,5 milioni di lavoratori. Cgil e Uil lanciano un ultimatum al governo: ci convochi, definisca gli stanziamenti o sarà sciopero. La Uil, che nei giorni scorsi ha avviato le procedure di conciliazione, ha già individuato in lunedì 21 dicembre la data possibile per la mobilitazione, che si svolgerebbe, dunque, proprio a ridosso di Natale, sempre che, nel frattempo, non arrivi un segnale. La Fp-Cgil prenderà invece una decisione la prossima settimana. Frena, invece, la Cisl, secondo cui lo sciopero è «l’extrema ratio: un’anticipazione che serve solo a scaldare i muscoli, ma non a fare la guerra».
Solo ieri mattina, infine, sono scesi dal serbatoio dell’acqua dello stabilimento Alcoa di Portovesme, in Sardegna, i tre operai che da una decina di giorni protestavano, a 60 metri d’altezza, contro la chiusura della succursale italiana del gigante americano dell’acciaio. Ma continua la mobilitazione: l’assemblea alla quale hanno partecipato gli operai, alcuni dirigenti italiani, rappresentanti sindacali e i sindaci locali, ha deciso di non fermare la produzione, perché sarebbe un danno irreversibile, ma di proseguire il presidio della fabbrica, anche in vista della convocazione di un incontro a Roma il 26 novembre al ministero dello Sviluppo economico con azienda e sindacati. Venerdì l’ad Toia ha assicurato che Alcoa non pensa a una chiusura definitiva degli impianti di Portovesme e Fusina (Venezia), ma solo a fermate temporanee della produzione.