"I sindaci lottano contro le mafie, ma molti pm non si fidano di noi"

Cereda, primo cittadino di Buccinasco, replica alla Boccassini: "A
parole ci chiedono di collaborare, in realtà ci credono collusi"

«La verità è che noi sindaci abbiamo pochi strumenti per fare davvero qualcosa contro la penetrazione mafiosa nelle imprese e negli appalti pubblici. E l’aspetto drammatico non è solo la mancanza di strumenti legislativi. Il guaio è che la magistratura non si fida di noi. A parole chiedono la nostra collaborazione. Nella realtà, si comportano come se pensassero che il sindaco di un Comune ad alta presenza malavitosa sia, fino a prova contraria, colluso con la criminalità».
Parola di Loris Cereda, sindaco del Comune divenuto - suo malgrado - il Comune-simbolo della avanzata delle cosce in Lombardia: Buccinasco, il paesone cresciuto tumultuosamente alle porte di Milano e divenuto - nella celebre definizione del pentito Saverio Morabito - «un’altra Platì», ossia un territorio rubato allo Stato, dove a dettare legge sono i clan calabresi e non le gazzelle dei Carabinieri.
Cereda ha letto con attenzione le parole con cui il capo della Procura antimafia milanese, Ilda Boccassini, lunedì scorso, ha stigmatizzato la disponibilità del mondo imprenditoriale a scendere a patti con i capitali sporchi. Ha letto anche le dichiarazioni con cui, nello stesso convegno, il sindaco Letizia Moratti ha ammesso che i Comuni sono privi di strumenti per difendersi dall’assalto mafioso. A questo punto Cereda ha deciso di togliersi alcuni sassolini dalle scarpe. «Io non pretendo di essere aldisopra dei sospetti, ci mancherebbe altro. Ma vorrei che l’atteggiamento di partenza della magistratura fosse quello che è lecito attendersi in un rapporto tra istituzioni dello Stato».
E invece non è così?
«Purtroppo no. Io vivo a Buccinasco da dieci anni, non mi sono mai occupato di movimento terra o altre attività a rischio, non sono mai comparso in una indagine. Eppure mi accorgo continuamente della diffidenza».
Servirebbero degli esempi.
«Ce ne sono tanti. C’è un tipo di documentazione, come quella della Dia, a cui io non ho accesso. Ce l’hanno invece, liberamente, giornalisti ed avvocati. Io invece per decidere quali aziende posso far lavorare con il Comune posso basarmi solo sul certificato camerale antimafia. Così accade che, se assegno un lavoro ad una azienda che per me era a posto, il giorno dopo mi ritrovo sul giornale indicato come quello che ha assoldato una impresa mafiosa: sulla base di documentazione a cui a me non viene consentito l’accesso».
Evidentemente ci sono problemi di riservatezza.
«Ma perché valgono solo nei miei confronti? Le faccio un altro esempio. Quando è scattata ala cosiddetta operazione Cerberus, ho scoperto che in una zona di Buccinasco aveva fatto dei lavori una impresa collegata ai clan. Sono andato in Procura e ho detto: cosa faccio? Realizzo dei carotaggi per vedere se hanno bonificato come si deve? Mi dicono: faccia come vuole. Io faccio le analisi, dicono che un inquinamento c’è ma non è pericoloso, e allora dò l’agibilità degli stabili: anche perché ci sono 400 famiglie che quegli appartamenti li hanno già pagati. Beh, un bel giorno arriva la Procura, mette l’area sotto sequestro, incarica l’Arpa di rifare i carotaggi. Sono passati sei mesi e l’area è ancora sequestrata. Che senso ha?».
Quanto pesa la brutta fama di Buccinasco?
«Troppo. Quando un consigliere comunale è stato perquisito perché era amico di infanzia di uno dei Pangallo, il capo della Squadra Mobile è andato in televisione a annunciare che si indagava sugli appoggi politici dei clan. Quando si è appurato che il consigliere non c’entrava niente, però, mica sono andati a dirlo in tivù...».