I sindaci senza idee dormono sugli allori delle «notti bianche»

Molto giuste, gentile Granzotto, le osservazioni del lettore Garberoglio e la sua risposta circa le pretese del sindaco di Roma di inventarsi altre attrazioni. Mi preme tuttavia sottolineare l’aspetto più grave: è proprio sul consenso che i sindaci sbagliano i conti, poiché notti bianche ed estati bollenti non hanno mai portato un granché a chi se ne fa promotore, al più il favore di frange marginali di popolazione, ma pure il fastidio di molte altre. Sconvolge l’incapacità di tutti costoro, di destra o sinistra che siano, a capire che il consenso più largo e duraturo può consolidarsi solo con la buona amministrazione. Sono sicuro che i sindaci capaci di assicurare buoni trasporti, pulizia, decoro, efficienza dei servizi loro affidati, possono dormire tra due guanciali senza dover inventare ricchi premi e cotillons. Soprattutto i sindaci di città d’arte, soprattutto Roma: com’è possibile che un sindaco vada vagando altrove, si lambicchi a escogitare chissà che quando la godibilità della sua irripetibile città viene quotidianamente compromessa da mille difetti, che egli evidentemente non vede, o non percepisce come tali? Sanno questi sindaci che negli anni ’60 l’Italia era il primo Paese al mondo quanto a turismo e ora è al quinto posto? E per quale motivo pensano che siamo scivolati così in basso? Che pena, caro Granzotto.
Perugia

Siamo sempre lì, caro architetto. Affacciandosi alla finestra della sua camera d’albergo, per le meraviglie storiche e artistiche che gli si parano innanzi il turista giunto a Roma (o a Firenze, a Venezia o a Napoli) può addirittura cader vittima della sindrome di Stendhal. Poi, però, giù deve andare, in strada. E lì cambia tutto: sudiciume, caos del traffico, malagrazia generalizzata, prezzi alle stelle, servizi scadenti quando non sgangherati gliela fanno passar subito, la sindrome di Stendhal. Ciò che forse era pittoresco per il turista d’un tempo (e che tuttora resta pittoresco per il turista «tutto compreso» che s’inoltra in un suk nordafricano) diventa fastidio o anche disgusto per il turista odierno. Uso com’è a collezionare mete una volta raggiungibili con lunghi mesi di viaggio e oggi a portata di qualche ora d’aereo, ha imparato a distinguere ciò che è colore locale da ciò che è mancanza delle norme elementari dell’ospitalità. Viziati da secoli di «grand tour» che privilegiavano l’Italia e dai primi lusinghieri accenni di quello che diverrà il turismo di massa, abbiamo perduto la trebisonda: da ospite (pagante) qual era, un ospite da compiacere, da assecondare e facilitare, il turista è diventato un pollo da spennare. Tanto, si pensava e credo qualcuno ancora pensi, qui devono venire se intendono ammirare il Colosseo o il Ponte dei Sospiri o la Galleria degli Uffizi. Le cifre - quelle che lei ricorda, caro architetto: da primo Paese al mondo per flussi turistici ora siamo quinti - parlano purtroppo chiaro: milioni di turisti il Colosseo preferiscono vederselo in fotografia, interessati più alle piramidi di Cancun, al Ground Zero di New York o al pacchianissimo manufatto del Burji al arab. E questo perché non è più il solo patrimonio artistico o storico a far aggio, ma anche la qualità dell’accoglienza, settore nel quale risultiamo davvero poco competitivi.
Come non bastasse il turismo di massa ha portato con sé il turismo saccopelista che altri Paesi hanno saputo arginare e inquadrare (difficile inciampare in un saccopelista bivaccato davanti al Louvre o alla cattedrale di Colonia), mentre nel nome del «diritto alla cultura» (doveri, mai) da noi è stato accolto a braccia aperte. E quando ci siamo accorti di che guaio grosso fosse, era troppo tardi. Porre rimedio a tutto ciò, compito al quale è chiamata il ministro Brambilla, è cosa da far tremar le vene e i polsi. Di impossibile realizzazione, poi, se in nome del prevalente relativismo si accetta che siano cultura e pertanto un diritto anche le «notti bianche», rifugio dei sindaci senza idee e senza amore per la propria città.