I soci della coop: «Se ha sbagliato deve pagare»

Bologna. «Se ha sbagliato, che paghi, ma la cooperativa non credo che c’entri». «Lui» è Giovanni Consorte e questa frase secca, articolata con decisione da un settantenne bolognese fuori da Unipol Banca, in via Stalingrado a Bologna, basta a chiarire al di là di ogni ragionevole dubbio cosa pensano i «clienti» del terromoto che fa tremare una parte del mondo economico, politico e finanziario italiano. Una cosa sono gli uomini, un’altra è il sistema, raccontano coloro che alle cooperative sono fidelizzati da idee politiche, credo sociale e abitudine, in una parola i «soci-clienti». Trascorrere un’oretta di fronte alla banca a parlare con chi entra e chi esce amplia il quadro. Ci sono i clienti «piccoli», i correntisti di tutti i giorni, ma non sono poi tantissimi. Fra loro ci sono anche i vecchi «compagni» di Bologna, quelli che nel ’92 alla Bolognina hanno pianto, ma pure loro diminuiscono con il passare degli anni. C’è la nuova generazione di «cooperativisti», quelli che si affidano a Unipol Banca per «comodità», come spiega un «colletto bianco» sulla quarantina, Aldo Tamburini, professionista del commercio. «Ho già le assicurazioni alla Unipol, tenerci anche il conto corrente è più pratico e poi è una buona banca, meglio di tante altre». Insomma, i piccoli restano legati alla loro banca. Del resto «non è mica la Parmalat - dice una signora, Maria Adele, passata in banca per vedere come vanno le cose -, se ho capito bene, il peggio che può succedere è che non si comprano più la Bnl». Ma cosa succede con i «grandi clienti» e con i titolisti? Qui le bocche sono cucite. L’unico che risponde è un signore sui 50, finanziera e piglio truce: «Andate sotto Antonveneta a fare le domande», perché «hanno arrestato Fiorani, mica Consorte».