I sogni della Casa Bianca frantumati dai dittatori

No, il discorso di ieri di Obama non è riuscito a restaurare un’idea rassicurante del futuro del mondo nelle mani dell’Onu. E forse non sarebbe poi una cattiva idea quella buttata là ieri da Gheddafi di portare il Palazzo dell’Onu in qualche Paese dell’emisfero meridionale del mappamondo. Perché al momento l’immagine di quello che dovrebbe essere il punto di riferimento della salvaguardia mondiale, della concordia e della pace, risulta di nuovo quella di uno specchio delle immense difficoltà, delle faglie di odio e incomprensione accompagnate da insopportabili ipocrisie e anche dalle incontenibili aggressività che fanno parte dello scenario internazionale. Uno scenario inquieto a dir poco.
Così è andata ieri subito all’inizio: di fuori le manifestazioni anti Ahmadinejad e anti Gheddafi di quelli che non vorrebbero vedere l’Onu trasformata, come è ormai da tempo, in un palcoscenico per dittatori e leader islamisti antioccidentali, antiamericani, antisemiti. E dentro il Palazzo di vetro, lo scontro fra il tentativo, variamente interpretato, di tenere fede alla parola data al mondo dopo la seconda guerra mondiale di creare l’Onu perché fosse garanzia di eguaglianza e di pace, con gli Obama, Sarkozy, Berlusconi, i leader dei Paesi democratici... e dall’altra l’incontenibile alluvione di Paesi che hanno da fare i conti con noi, con l’imperialismo, con il capitalismo, con i crociati, con gli ebrei... E così al pedagogico, contenuto appello di Obama di fondare subito, tutti insieme, una famiglia multilaterale, tutta protesa all’unità nella diversità, attiva nel campo del disarmo nucleare, della pace, dell’ecologia, del progresso economico e sociale (questi i quattro temi prescelti dal presidente americano al suo primo intervento alle Nazioni Unite) ha simbolicamente risposto un’incontenibile marea di parole di Muammar Gheddafi (quasi due ore di discorso a braccio, assertivo, mugugnato, spezzettato per dire che il Consiglio di sicurezza è strumento di imperialismo) salito al podio subito dopo, carico di spirito di rivincita, antiamericano, risentito. Il Consiglio di sicurezza, ha persino detto, dovrebbe chiamarsi «Consiglio del Terrore» per la sua oppressione sui Paesi poveri. E più tardi, durante la notte, è giunto come al solito il consueto effluvio di veleno mortale di Ahmadinejad appena incartato dentro il dolce suono della lingua parsi, e ha di nuovo scardinato i perni di quello che intendiamo per decenza politica.
Il discorso di Obama ha cercato una sua assertività migliore di quella del Cairo, ha fornito qualche spunto di novità alla platea affamata di risposte sull’Iran, anche se, per l’approccio minimalista, non ha indicato altro che soluzioni ideali e non politiche, ma ha dimostrato un disperato desiderio di cooperazione, di consenso, che non gli verranno mai: «Noi da soli non possiamo risolvere i problemi del mondo - ha subito detto il presidente -, l’America ha bisogno della cooperazione di tutto il mondo». Una specie di «yes we can, ma non da soli».
Obama, nei primi minuti davanti al pubblico più variegato del mondo, come accusando le critiche e il calo di popolarità degli ultimi mesi, ha scelto di richiamare l’attenzione sui successi dei primi nove mesi della sua presidenza: una specie di elenco delle cose fatte nei primi mesi del suo lavoro, con l’accento su Guantanamo, lo sgombero intrapreso in Irak, la lotta contro Al Qaida e il terrorismo internazionale, i colloqui con Mosca per diminuire il nucleare. E più avanti, come ricordando di avere promesso che questa assemblea generale sarebbe stata l’occasione per fronteggiare l’Iran sulla costruzione del nucleare a fini bellicosi, ha disegnato in tono deciso un «asse del male» nucleare, formato dall’Iran e dalla Corea del Nord: «Iran e Corea si stanno avviando su una china pericolosa; questo sarà un anno decisivo. Io sono impegnato alla diplomazia, ma se loro insistono, allora dovranno rispondere, e il mondo dovrà unirsi per dimostrare che la legge internazionale non è uno scherzo». Obama ha anche dedicato parecchio spazio alla pace nel Medio Oriente, riconfermando il suo impegno per «due Stati per due popoli»: i palestinesi devono accettare l’esistenza dello Stato ebraico mentre Israele deve rinunciare agli insediamenti, Obama ha ripetuto.
Anche gli altri capitoli, quello dell’ambiente e dell’economia, sono stati trattati con buona volontà e attenzione. Ma Obama non indica mai come giungere agli obiettivi, non ci dice quali sanzioni attendono l’Iran o come intende convincere israeliani e arabi alla pace. Il suo approccio presuppone che gli altri abbiano interesse alle sue ispirate soluzioni, un pensiero ambizioso. Egli spera di vedere tutti collaborare con l’America, immagina per il suo Paese un ruolo centrale e incontestabile in virtù della sua presenza sulla scena. L’Afghanistan ci dice che il carisma non è tutto. Gheddafi lo ha preso un po’ in giro dicendo: «Siamo fieri di Obama che è di origine africana, magari durasse per sempre; ma chi ci garantisce, invece, l’America dopo di lui?».
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