I sogni proibiti: sembrare Cary Grant e cenare in un ristorante di Roma

Adalberto Signore

da Roma

Un’ora buona di diretta radiofonica su Rtl con poca politica e molti aneddoti. Silvio Berlusconi continua il suo tour de force elettorale, ma questa volta lascia da parte le beghe politiche e si dedica a promuovere dischi, raccontare barzellette e parlare delle sue passioni. Collegato da Palazzo Grazioli con la trasmissione Password, condotta dalla dj Nicoletta De Ponte, il premier non nasconde di vivere un momento di «grande stress» e di non gradire il tipo di vita che la sua attività lo costringe a fare. Così, se in mattinata aveva detto di non amare troppo andare in televisione («semplicemente lo odio») e di non trovarsi a suo agio a far politica («il suo ambiente non mi piace»), nella diretta con Rtl va anche più in là. «In questo momento - dice - di quello che faccio cambierei tutto, perché non sono libero di fare le scelte che vorrei fare». E ancora: «Su cento cose che faccio, almeno 95 mi sono imposte dalle situazioni, mi sono imposte dagli altri, questo non mi rende felice, non mi rende contento».
Per ora, però, il presidente del Consiglio resiste alla tentazione di lasciare tutto per andarsene su una bella barca a Tahiti, come aveva minacciato qualche mese fa polemizzando con gli alleati, perché, spiega, «sono a fare quello che faccio per senso di responsabilità e ritengo di svolgere una missione alta e nobile che è quella di difendere la libertà del mio Paese». «Mi consolo con questo - aggiunge - ma dal punto di vista edonistico-ludico è un disastro». «Ma lei somatizza lo stress?», chiede la conduttrice. «No - risponde sicuro Berlusconi -: ho una soglia molto alta di sopportazione del dolore». Immancabile l’aneddoto: il premier racconta di quando, operato alle 8.30 del mattino di ernia, alle cinque del pomeriggio era «già alla scrivania». Insomma, scherza, «mi piace far credere di essere un poco Superman».
Il premier, poi, si lamenta perché «in dodici anni che sto a Roma non sono riuscito ad andare al ristorante una sola volta», perché «non riesco più a guardare la televisione», neanche «le partite del Milan» che «vedo lavorando ad altro, scrivendo un discorso, leggendo la corrispondenza». «E intanto - aggiunge con un pizzico di nostalgia - butto lì un’occhiata al Milan, che continua a giocare bene».
Il premier, poi, torna sulle polemiche di questi giorni sulla sua sovraesposizione mediatica e ribadisce che si tratta più di un dovere che di un piacere. Con tanto di strascico vagamente polemico verso le «cosiddette mie televisioni» visto che, dice riferendosi alla puntata de Il senso della vita trasmessa da «Canale 5» martedì sera, «mi hanno mandato in onda all’una e qualcosa» di notte. Per fortuna che, nonostante gli impegni, resta qualche hobby come il giardinaggio o le canzoni con Mariano Apicella. E qui, il premier si improvvisa dj: prima lancia una delle canzoni del suo chansonnier preferito e allo stacco successivo, con ottimo accento francese, La vie en rose, dedicata a mamma Rosa che ieri compiva 95 anni. «Un brano - è la chiosa di Berlusconi - che meglio dipinge gli effetti dell’amore».
Poi si passa alle riflessioni sulla vita privata. E, parlando dei suoi difetti, Berlusconi confessa di essere «troppo buono e troppo fiducioso negli altri», un «grande difetto, soprattutto in quello che mi trovo a fare ora, e che non riuscirò mai cambiare». Il premier confida pure il desiderio di «essere più bello», di «assomigliare a Cary Grant e a Gary Cooper, le star della mia giovinezza». E invece «assomiglio a Silvio Berlusconi». Tuttavia, aggiunge, «non mi piaccio così poco da rovinarmi la giornata mentre penso che se molti dei miei avversari della sinistra sono sempre arrabbiati dipende proprio dal fatto che la mattina si guardano allo specchio». Si parla anche di rapporti personali. E, forse deludendo qualcuno, Berlusconi vede in Gianni Letta («il vero primo ministro») e Fedele Confalonieri i suoi «migliori amici» e rimarca di avere un forte senso dell’amicizia, tanto da «aver portato in Parlamento e nel governo vecchi compagni di scuola».
Alla fine, c’è spazio anche per una sorta di frase-testamento: «Mi piacerebbe che sulla mia lapide fosse scritto “era una persona buona e giusta”».