«I soldati devono fermare l’arrivo d’armi a Hezbollah»

Raffaela Scaglietta

da Roma

«In caso di necessità le truppe Onu reagiranno con la forza. Per salvaguardare la tregua e proteggere le truppe delle Nazioni Unite da qualsiasi tipo di aggressione il Consiglio di sicurezza ha varato una risoluzione ad hoc. I soldati sono autorizzati a rispondere con la forza». Lo ha spiegato al Giornale Elmar Brok, il presidente della commissione Esteri del Parlamento europeo. Cinque navi italiane sono in rotta per il Libano, a bordo ci sono oltre 2.500 soldati che raggiungeranno la forza di pace delle Nazioni Unite già dispiegate nel sud. I militari francesi sono sul posto.
Lei crede che ci sia un mandato chiaro per i soldati?
«Sono molto contento che l’Italia abbia preso l’iniziativa e sia pronta ad inviare almeno 3mila soldati in Libano. Il compito che è stato dato loro non è dei migliori ma credo che sia abbastanza chiaro. La risoluzione 1701 dà un mandato forte, come ad esempio proteggere le frontiere con Israele e la Siria, e fermare la consegna delle armi ad Hezbollah. L’obiettivo è quello di consolidare un Libano sovrano senza le milizie».
Come bisogna disarmare gli Hezbollah?
«Il disarmo delle milizie Hezbollah, come previsto dalla risoluzione 1559, avverrà mentre i 15mila caschi blu saranno in Libano. Ma le forze dell’Onu dovranno aiutare l’esercito libanese. Su questo punto il mandato doveva essere più chiaro».
Crede che l’Europa abbia finalmente adottato una politica estera e di difesa comune?
«Abbiamo senz’altro fatto un passo in avanti verso la realizzazione di una politica estera e di difesa comune. Il prossimo grande passo, tuttavia, si farà solo con la ratificazione della Costituzione Europea. La creazione di un servizio diplomatico europeo e l’istituzione di un ministro europeo di politica estera che, come previsto dal Trattato, darà un colpo di mano alla politica estera comune».
Pensa che l’Europa si possa permettere di sostenere i costi di questa missione in Libano?
«L’impegno europeo in Medio Oriente e in particolare in Libano non può essere visto come una spesa. È un investimento sul futuro e sulla pace. È nel nostro interesse. Sono molto contento che i Paesi europei abbiano deciso di inviare un sufficiente numero di soldati nella regione. Tuttavia la strada per arrivare all’accordo è stata troppo lunga e complicata. Mi auguravo una decisione più rapida, considerato il peggioramento della situazione umanitaria nella parte sud del Libano e il rischio reale di un’interruzione della tregua. Ma ho speranza che si possa trovare la pace. È chiaro, comunque, che un grosso contingente di soldati dovrà rimanere nella regione a lungo».
Qual è il ruolo dell’Iran in questo scacchiere?
«Secondo le nostre informazioni l’Iran fornisce le armi agli Hezbollah e dunque punta a destabilizzare la regione. L’Iran e la Siria devono partecipare al processo di pace, non vi è alcun dubbio, ma ciò deve essere fatto in modo costruttivo. Il loro approccio populista li isolerà ancora di più a livello internazionale».
Come è vista questa missione dall’opinione pubblica tedesca?
«C’è un largo sostegno da parte dei tedeschi che considerano questa spedizione necessaria per risolvere i problemi in Medio Oriente e portare la pace nella regione. Tuttavia questo conflitto non si limita all’area mediorientale. A luglio due libanesi hanno messo le bombe sui treni tedeschi ma grazie a Dio non sono scoppiate».
Che cosa chiede la commissione Esteri del Parlamento Europeo?
«Con la proposta di risoluzione la Commissione richiama Israele e Libano al rispetto della tregua, chiede il disarmo degli Hezbollah e appoggia il mandato dato alle truppe. La Commissione inoltre vorrebbe inoltre l’invio di una delegazione europea in Libano, Palestina e Israele».
Pensa che l’Italia stia conducendo una politica estera indipendente dagli Stati Uniti?
«Dobbiamo liberarci della fama secondo cui l’Europa è solo un club di chiacchieroni. La prontezza italiana di inviare 3mila soldati e assumersi il comando dell’Unifil in un momento in cui le chiacchiere prevalevano sulle azioni è stata una buona mossa. Non significa agire indipendentemente dagli Stati Uniti».