«I soldati» di Lenz allo Studio Il Settecento visto da Ronconi

Igor Principe

«In nove mesi nasce un bambino, figuriamoci cosa può accadere allo sviluppo di un attore. Basti un dato: agli inizi di giugno dell'anno scorso questi ragazzi erano allievi. Ora sono professionisti». Queste parole bastano a Luca Ronconi per rispondere a chi gli chieda cosa ci sia di diverso tra I soldati visti in scena al Teatro Studio lo scorso giugno e quel che tornerà sullo stesso palco dall'11 marzo al 13 aprile.
Il regista, infatti, ha mantenuto la promessa fatta nove mesi fa: trasformare nel minore tempo possibile un saggio della scuola di teatro del Piccolo in uno spettacolo da inserire in cartellone. «É la prima volta che faccio un esperimento di questo tipo - prosegue -. Quello che era il saggio finale del triennio dedicato a Sergio Tofano è ora un vero impegno professionale, in cui si chiede ai ragazzi di misurarsi con un aspetto fondamentale del lavoro dell'attore: la gestione delle repliche. L'anno scorso erano tre, ora sono quaranta: voglio vedere chi ci arriva».
I ragazzi, seduti sul piano inclinato che ospiterà le vicende della pièce, scacciano la tensione con una risata. Per tre anni hanno frequentato le stanze del Piccolo e, in particolare, quel Teatro Studio che, attiguo alla scuola, ha fatto loro da palestra. E che per Ronconi - appoggiato in questo da Sergio Escobar, direttore del teatro - rappresenta un approdo naturale per il loro lavoro. «Mi pare giusto che uno spettacolo della scuola vada in scena in questo teatro, dedicato appunto allo studio, alla sperimentazione, al laboratorio», dice il regista.
Misurarsi con I soldati impreziosisce quell'occasione. Scritto alla fine del Settecento da Jacob Lenz, è una storia forte, adatta a interpreti che esprimano la passione della giovane età. E che la confrontino - anzi, la scontrino - con le ristrettezze da convento che Lenz immagina per il manipolo di militari di cui scrive la storia.
«Innanzitutto va detto che non si parla di pacifismo - spiega Ronconi -. Non c'è condanna della guerra, non ci sono battaglie, non si spara un colpo. C'è la vita di un contingente militare in tempo di pace, obbligato a osservare il celibato e la condotta morale che ne deriva. Tutto si incrina quando uno di essi cede a quello che Lenz considera la fonte di ogni nostro sentire: l'impulso all'accoppiamento».
L'incontro con il regista è stata anche l'occasione per parlare del futuro del Piccolo, di cui ha detto Escobar. «Sui tagli alla cultura, posso dire che si affrontano rimboccandoci le maniche e lavorando sulle idee. Ciò è quanto ci sta più a cuore, e credo che portare a Milano uno spettacolo come Lo specchio del Diavolo ne sia conferma». Si tratta del testo dell'economista Giorgio Ruffolo che Ronconi ha da poco messo in scena a Torino per le Olimpiadi della Cultura, e che al Piccolo arriverà il 7 maggio.
«Senza nulla togliere a Torino - prosegue Escobar -, si tratta di un testo che, nei rapporti tra potere e finanza, parla soprattutto di Milano. E sempre qui mi piacerebbe poter avere, nella prossima stagione, Il silenzio dei comunisti (anch'esso visto a Torino, ndr), lavoro eccezionale raccontare i tempi che viviamo, ricchi di opportunità da ricercare nel caos. E non nascondo che mi piacerebbe vederlo in scena negli spazi che erano della Breda, a Sesto San Giovanni».