I soldati libanesi hanno un ordine: non entrare nei villaggi Hezbollah

Un esercito male in arnese bivacca nel Sud del Paese. Qui le bombe israeliane hanno distrutto solo le località in mano ai miliziani, lasciando intatti decine di abitati

Gian Micalessin

da Bint Jbeil

L’ascensore per l’inferno scende da Kfar Kila. Qui la strada, a precipizio verso il sud, e il confine sono un intreccio mortale. Il cancello di Fatima all’entrata del villaggio è una porta aperta su Israele, un marciapiede sotto un bunker dove i ragazzini sventolano le bandiere gialle di Hezbollah nei mirini israeliani. Cento metri oltre, telecamere e recinzioni, l’antenna radio e le case dell’avamposto israeliano di Metullah, i carri armati e gli obici appostati. Eppure Kfar Kila è intatta. I carri armati ci sono passati in mezzo, se la sono dimenticata alle spalle. Come un bersaglio troppo facile. Qualcosa obici e mortai in volo hanno colpito. Una signora velata ti spinge nel salotto diroccato. Un colpo d’artiglieria. Ha attraversato due stanze, s’è fermato nell’armadio dei bimbi, ha fatto strage di bambole e peluche. È una delle poche ferite di Kfar Kila. «Qui Hezbollah era troppo vicino per lanciare katiusha, troppo vicino per nasconderli», spiega Alì Shiit, un commerciante che ha ancora un negozio da riaprire. Ad Aadasse e Markaba, quattro chilometri più in giù, non sono andati così per il sottile. Qui Hezbollah teneva parcheggiati i katiusha, bersagliava Kiriat Shmona. Qui i carri Merkava entrati da Metullah e i paracadutisti al seguito hanno attraversato sbarramenti di missili anticarro e nidi di bunker. I segni della battaglia sono ovunque. Facciate crivellate, automobili appiattite sotto cinque piani d’appartamenti, voragini nell’asfalto. Due villaggi deserti abbandonati, silenziosi nel gravame d’abbandono e distruzione.
Dopo l’incrocio con Taibe la strada abbandona la frontiera, il paesaggio cambia. A Blida la gente passeggia tra edifici intatti, riapre abitazioni risparmiate, scopre la gioia di quattro mura tutte in piedi. La spiegazione dopo 34 giorni di cronache e denunce sugli obbiettivi civili nel mirino è sorprendente. «Qui non c’era Hezbollah, non c’erano postazioni o missili da colpire, i carri armati sono passati e sono andati», ti spiega Issa mentre controlla le trecce di tabacco secco al soffitto, lo scatolame, i biscotti, la farina, il mobilio del magazzino d’alimentari. A Meis Jabal un villaggio diviso a metà tra gli sciiti di Amal e i guerriglieri del Partito di Dio va allo stesso modo. Il quartiere degli sciiti fedeli al vecchio partito di Amal è ancora al suo posto. Quello disseminato di bandiere gialle e striscioni che inneggiano al «sangue temprato nella battaglia» non c’è più.
L’epifania della distruzione, lo tsunami della guerra inizia dopo Aaitaroun, si concentra nell’epicentro di Bint Jbeil. Un cartello ricamato da schegge e proiettili dà il benvenuto nella «capitale del sud liberato». Qui le case sono panini di cemento e polvere, sottilette di macerie, cemento grattugiato, mobilia vomitata nelle strade. Gli edifici in piedi sono le trincee di due settimane di battaglia spietata nella Stalingrado d’Hezbollah. Ora Bint Jbeil è una Pompei della guerra. Un teatro di macerie senza più protagonisti avvolto nel lezzo dolciastro di morte. I militi del Partito di Dio, i difensori della Stalingrado sciita sembrano inghiottiti dalle rovine. In giro non un’arma, non una pistola. Gli striscioni inneggiano alla «vittoria del Libano gioioso sugli assassini». Aji Afif spiega che «Hezbollah siamo tutti noi». Tutti noi sono grappoli di donne e uomini stretti intorno a lui. Ciascuno con una richiesta o una preghiera. Chi lo tira per un braccio, chi per la camicia, chi allunga il collo. «La casa non c’è più, la richiesta a chi la devo fare, dove devo andare?». Aji Afif annota un nome, grida un ordine, implora un minuto. È l’ultimo ufficio in attività davanti a quel palazzo del comune sgranocchiato dalle bombe. A tutti i giornalisti propina la stessa storia. «I combattenti servono in guerra, ora abbiamo vinto e sono tornati alle loro case».
Tra le macerie s’agita un formicolio di giovani barbuti e cappellini neri. Scattano veloci, saltano in sella alle moto, sfrecciano ovunque. Li vedi in tutto il sud. Sono l’armata silenziosa e discreta senza più armi e divise. Legioni di formiche laboriose impegnate a controllare verificare, ispezionare. Si muovono tra le rovine di Bint Jbeil, vegliano come un corpo di guardia anonimo, ma attento. Se gli rivolgi la parola scuotono il capo, corrono via. Parlano solo i civili, capifamiglia stremati, padri senza più una casa, donne alla ricerca di un fornello per cucinare. Attendono i soldi di Hezbollah, inneggiano alla vittoria. «Noi siamo vivi, le case si possono ricostruire, ma Israele è stato buttato oltre confine», spiega con logica essenziale Fouad Daghir, 47 anni e una casa di tre piani da rifare. «Hezbollah ha promesso i soldi del Qatar, ma io aspetto anche gli aiuti del governo, ora il sud è il cuore della nazione», confida Jafar Jomna, un imprenditore con una fabbrica d’alluminio e tre case di famiglia da ricostruire. Purtroppo per lui l’ultima traccia del governo si ferma a Beit Yahoun, tre chilometri più a nord.
L’esercito di Beirut chiamato nei sogni ispirati del Palazzo di Vetro a disarmare i guerriglieri bivacca a un incrocio. Sono quindici soldatini tra le brande rugginose di una tenda sdrucita all’ombra di qualche albero. Più che liberatori del sud sembrano profughi in divisa, sopravvissuti alla guerra. «Non abbiamo ordini per andare più avanti, non possiamo entrare a Bint Jbeil», bofonchia il capitano prima di rifugiarsi nella tenda. Sergenti e soldati misurano a passi annoiati l’accampamento-prigione. Nessuno conosce gli ordini. Nessuno sa come potranno disarmare l’armata che, nell’illusione collettiva di questo sud libanese, ha sconfitto Israele. Cinquanta metri più in là il capitano Sami, un ufficiale del Ghana in divisa dell’Unifil, sembra felice di aver trovato qualcuno più malmesso di lui. «Sono arrivati qui cinque giorni fa e non si sono mossi, noi non abbiamo ordini, ma loro - sghignazza - mi sembrano ancora peggio di noi».