I soldi per l’università? Prodi li dà alle banche

Il tam-tam viaggia in rete. La protesta è silenziosa, strisciante. E la delusione tra i professori universitari di tutti gli atenei italiani, da Pisa a Milano, da Trieste a Cagliari, da Trento a Padova, è cocente. La sinistra che tanto decanta la ricerca fatica a scucire una manciata di euro per sostenerla. E usa i fondi destinati alle università per «finanziare» banche e assicurazioni. Il risultato? Le università non hanno ancora alcuna indicazione su quanto il governo intende destinare quest’anno ai cosiddetti Prin, i progetti di rilevante interesse nazionale.
Richieste di chiarimenti al ministero dell’Università finiscono nel dimenticatoio e lo stesso Giornale, dopo una settimana, ha ricevuto una spiegazione forzata, laconica e generica alla domanda: dove sono finiti i soldi per i Prin? «La legge finanziaria 2007 – si legge nel comunicato - ha introdotto un nuovo fondo per i progetti di ricerca, nel quale sono confluiti i preesistenti fondi, e gli ha assegnato 960 milioni di euro per il triennio 2007/2009. Tuttavia, i fondi non risultano di fatto ancora disponibili per il Mur, che resta in attesa della relativa assegnazione in bilancio da parte del ministero dell’Economia e finanze».
In pratica, gli addetti alle pubbliche relazioni non sanno che pesci pigliare e la situazione è a dir poco imbarazzante. Anche il ministro Mussi ne è consapevole. Tanto che pochi giorni fa ha scritto al premier Prodi e al ministro Padoa-Schioppa avvertendo della figuraccia che l’intero esecutivo ha fatto dinanzi al mondo accademico. «L’università e la ricerca risultano particolarmente penalizzate soprattutto perché, per far fronte a maggiori oneri relativi al “cuneo fiscale” in favore delle imprese operanti nei settori del credito e delle assicurazioni, si rischia un’ulteriore riduzione dei finanziamenti alla ricerca». Una scelta, avverte il ministro, «che lancia un segnale fortemente negativo dal governo a settori che, invece, ripetutamente assumiamo come prioritari». Inoltre, il ministro per l’Università lancia un segnale politico a Prodi: «Non ti sfuggiranno certo gli aspetti di “messaggio”: università e ricerca che finanziano banche e assicurazioni...».
Mussi dunque mette in guardia i due referenti politici e chiede «di disporre una diversa formulazione dell’emendamento per individuare differenti strumenti di copertura». Ma nonostante le suppliche sembra che per quest’anno la ricerca si dovrà accontentare di un esiguo e ritardatario finanziamento, che non supererà (se va bene) i 90 milioni di euro in tutto. Nel frattempo circa 3500 progetti di ricerca attendono di essere vagliati e selezionati dalla commissione ministeriale. Ma non si muove foglia. E così professori universitari di ogni parte d’Italia decidono di sottoscrivere una lettera aperta in cui manifestano «disagio e sconcerto» per quanto sta avvenendo. «A tutt’oggi non si è ancora usciti dalle nebbie dell’incertezza – scrivono i docenti – circolano bozze di bando di volta in volta smentite e stucchevoli voci di palleggio di responsabilità sul blocco delle procedure legate a vincoli imposti dalla Finanziaria». Una situazione inaccettabile, tanto che gli atenei italiani chiedono «un segnale concreto in tempi stretti, dato che gli attuali ritardi nell’erogazione di quel pur modestissimo flusso di finanziamento rischiano di minare per molti le stesse basi della sopravvivenza scientifica».
I Prin finanziano progetti di ricerca biennali di ogni specialità, dall’area giuridica a quella tecnica fino a ingegneria industriale. Ogni facoltà aspetta questi soldi per acquistare materiale (dalla penna, al computer ai libri), per pagare le spese per i servizi (telefono, posta), partecipare a convegni, pagare qualche giovane ricercatore. Un microcosmo tuttora in letargo, in attesa che il governo decida di stanziare i fondi che sembrano briciole rispetto alle aspettative. Nel corso degli anni ai Prin sono infatti stati assegnanti annualmente dagli 80 ai 160 milioni di euro e la media di finanziamento concesso a ogni singolo progetto selezionato oscilla dai 18 ai 60 milioni.
Ma quest’anno la cifra potrebbe essere ancora più esigua se si preferirà il cuneo fiscale alla ricerca.