«I soldi di Sanremo per il mio Bologna»

BolognaIl presidente onorario è più presenzialista del vero presidente. Gianni Morandi non manca mai dalla tribuna dello stadio Dall'Ara. Ha saltato Bologna-Palermo perchè era a Sanremo, è tornato nel recupero di mercoledì con la Roma; debuttò nel nuovo incarico all'Epifania, derby con la Fiorentina. La presidenza Massimo Zanetti è durata appena un mese, resta lontano dai riflettori il vice Marko Pavignani promosso sulla poltrona di comando con appena 800mila euro, il 6,15% delle azioni.
Gianni Morandi, di tasca sua quanto ha messo?
«Più o meno il compenso del Festival».
Ovvero settecentomila euro, per il 5,38%.
«Sono solo un grande tifoso rossoblù. Mi ha fatto piacere accogliere l'invito di Zanetti per questo ruolo, mi voleva accanto a sè. In precedenza Giovanni Consorte mi chiese di contribuire al salvataggio del club, anche lui ha speso».
Ha presentato Sanremo, è uno dei cantanti cult del paese; avviò la moda degli italiani alla maratona di New York, fondò la Nazionale cantanti. Lei è dappertutto...
«Qui è proprio solo un discorso di amicizia».
A gennaio i tifosi speravano in rinforzi.
«Tutto quanto riguarda la conduzione della squadra non mi compete, compresi gli aspetti tecnici e societari».
Per gli emiliani cosa rappresenta il Bologna?
«Un qualcosa che abbiamo nel cuore, da quando eravamo ragazzi. Almeno per la mia generazione. Siamo riusciti a vedere i rossoblù campioni d'Italia, Fulvio Bernardini ebbe una squadra veramente forte».
Lucio Dalla ricorda l'autografo chiesto a Ezio Pascutti e le trasferte con lei...
«E' passato mezzo secolo. Oggi purtroppo i tempi sono cambiati, il nostro bacino di utenza non è paragonabile a Torino, Milano, Roma e Napoli. Però questa società può stare tranquillamente in serie A, se gestita bene».
Ecco, la retrocessione del 2005 portò all'addio di Gazzoni. Cazzola e la famiglia Menarini avevano riportato la serie A; Sergio Porcedda avviava il club al secondo fallimento, 17 anni dopo.
«La vecchia proprietà si era fidata dell'imprenditore sardo. Negli ultimi anni siamo stati terra di conquista di personaggi incredibili: l'albanese Taci, l'americano Tacopina, Porcedda. Ora speriamo che l'incertezza sia finita, sappiamo le potenzialità dei 17 imprenditori entrati in società. Mi piace l'azionariato diffuso».
Con Malesani il Bologna non gioca più come in Paradiso, eppure calamita vip: Luca Carboni, Cesare Cremonini, Andrea Mingardi e Paolo Mengoli; i politici Casini, Fini e Prodi.
«Questa è la capitale musicale. Tutti i bolognesi sono legati a città e squadra».
Chi sono i suoi beniamini?
«Certamente uomini simbolo sono il portiere Viviano, che ha fatto bene pure in Nazionale, e Di Vaio: speriamo restino con noi il più possibile. Nelle settimane più difficili i giocatori hanno dato grandi segni di maturità, intelligenza, forza, energia e coesione».
Tutti uniti era anche il suo tormentone al teatro Ariston.
«Capitan Marco Di Vaio ha stretto tutti a sè, è un bell'esempio. Amo anche molto i giovani, vere promesse».
In futuro speranze di Europa League, se non di Champions?
«Non scherziamo - ride sonoramente -. Magari... Con una carica simbolica non posso promettere nulla».
Per lo scudetto da che parte pende il suo cuore?
«Marco, mio primogenito, è della Roma, Pietro tifa Inter. Ora spero di convincerli a passare al Bologna».
Del resto i veri petroniani non hanno una seconda squadra del cuore. Chi vorrebbe comprare?
«Il mio ruolo è onorifico, non potrei mai fare campagna acquisti. Se vogliamo giocare, allora dico Ronaldinho, Messi...».