I soldi sono niente ma l’oro è molto

Conosciamo tutti i tormenti cui si sottoposero gli eremiti del deserto. Ma eravamo appunto abituati ad anime pie che esercitavano su se stesse le loro celesti mortificazioni. A quel sant’uomo di Papa Ratzinger è venuto invece l’uzzolo di crocifiggere noi infilando il suo dito benedetto nelle nostre piaghe.
Come altro interpretare se no la sortita «i soldi sono niente» che ci è caduta addosso proprio mentre il crac finanziario getta nell’angoscia mezzo mondo? «Chi costruisce sui soldi, costruisce sulla sabbia. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche», è stata la sentenza di Benedetto XVI che ha lasciato l’amaro in bocca a milioni di risparmiatori.
L’impressione è che abbia disinvoltamente approfittato di una grossa tragedia sia pure con l’ottima intenzione di metterci di fronte a una grande verità: «L’unica roccia è Dio». Il minimo che si possa dire è che sia stato indelicato o, se preferite, santamente ruvido e del tutto dimentico dell’aureo motto italico: «Non parlare di corda in casa dell’impiccato». Nel frangente, più che la paternale ci saremmo infatti aspettati una paterna compassione.
Tanto più che le finanze vaticane sono state messe al sicuro dal crollo dei mercati. Lo ha evidenziato plasticamente il Giornale di martedì 7 ottobre, all’indomani dell’esternazione ratzingeriana. In una pagina, splendidamente maliziosa, sono state riportate nella parte alta le parole del Papa e in taglio basso la notizia che già dal 2007 la Santa Sede è uscita dalla Borsa convertendo il suo patrimonio in denaro contante e lingotti d’oro. Come dire: ecco perché il Papa guarda con distacco alle cose del mondo. Almeno così l’ho capita io.
La Chiesa ha un sesto senso in questo genere di cose. Anche nel fatidico '29 del secolo scorso anticipò il crollo di Wall Street investendo in oro i soldi che Mussolini le versò alla firma del Concordato. L’equivalente di 534 milioni di euro dovuti dall’Italia in base alla Legge delle guarentigie. Dopo qualche tempo però il Papa di allora - Pio XI - si accorse che l’oro non dava interessi e che la riserva di conseguenza diminuiva rapidamente. Così anche il Vaticano si impantanò nella recessione mondiale. Tanto che il lontano pontefice - come ha ricordato Sergio Romano in un delizioso articoletto sul Corsera - definì il crac «la più grande calamità umana dopo il Diluvio».
Segno che anche un papa, se è punto sul vivo, non pensa affatto che i soldi siano «niente». In questa puntura, sta tutta la differenza tra il papa di allora e quello di oggi.