I soliti idioti: con le bombe carta contro la Scala

Mezzo teatro applaude la protesta contro i tagli. Assurda polemica sull'assenza di Bondi. Borrelli, Pisapia e molti altri dicono di capire i motivi dei contestatori

Se non ci fossero di mezzo scontri con numerosi feriti, tutti appartenenti alle forze dell’ordine, la protesta di ieri di fronte alla Scala avrebbe avuto soprattutto una faccia grottesca. Quella del rito stanco ma obbligatorio, che si ripete con modalità appena variabili da quarant’anni a questa parte. Ieri a Milano sindacati, studenti e lavoratori del mondo dello spettacolo, spalleggiati da un manipolo di agitatori dei centri sociali, hanno messo sul piatto il solito pacchetto di recriminazioni contro i tagli alla cultura, la riforma dell’Università, il precariato diffuso. Erano pochi, a dire il vero, ma sufficienti per fare molto male, anche perché armati di bombe carta.

«La protesta alla Prima della Scala - diceva un manifestante alla web tv delCorriere - è un appuntamento fisso, una tradizione di Sant’Ambrogio, come la fiera degli Oh bej! Oh bej!». Poi l’habitué, parlando col giornalista, precisava: «Lei dice che ci sono le stesse facce dell’anno scorso? Non saprei, io non c’ero. Non è che posso farle tutte, le proteste». Nel frattempo un deputato dell’Italia dei valori cercava di quietare gli animi. Già che c’era non gli avrebbe fatto schifo neanche rilasciare qualche dichiarazione con contorno di studenti, i quali, purtroppo per lui, lo hanno cacciato: «Barbato vattene, non ti vogliamo qui». Roba da far cadere le braccia dallo sconforto, anche perché le cariche della polizia in tenuta antisommossa, il lancio di mortaretti e fumogeni non sono avanspettacolo ma dura realtà.

E il teatro? Il teatro si è adattato, unendosi al coro e al clima grottesco. Il sovrintendente della Scala Stéphane Lissner, dopo aver annunciato un intervento del maestro scaligero Daniel Barenboim «per esprimere le preoccupazioni sul taglio alla cultura», ha fatto spallucce di fronte all’assenza del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi: «Avrà di meglio da fare». (Di meglio forse no, ma di più importante certamente sì, visto che era impegnato al Senato con la Finanziaria). Quindi ha sentenziato che manifestazioni come quelle di ieri sono «tristi» ma avvengono in tutta Europa, a causa della «mancanza di dialogo», nonostante in piazza non fossero in molti ad avere l’aria di voler fare quattro chiacchiere in relax. Il direttore Barenboim, prima dell’inizio della Valchiria, ha letto quindi una breve e inutile dichiarazione: «Siamo profondamente preoccupati per il futuro della cultura del nostro Paese e in Europa». Subito dopo, ha recitato l’articolo 9 della Costituzione per ricordare a tutti ciò che tutti già sappiamo: «La Repubblica - ha sottolineato - promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione».

L’applauso scrosciante del pubblico suona purtroppo come un involontario (speriamo) schiaffo in faccia alle forze dell’ordine. E in molti, da Umberto Veronesi a Francesco Saverio Borrelli, da Cesare Romiti a Giuliano Pisapia, si sono detti d’accordo con le banalità del maestro. Le signore ingioiellate e i signori in smoking avevano appena finito di sfilare tra i carabinieri schierati a loro protezione. Quindi, una volta dentro, hanno espresso comprensione e solidarietà... alla piazza urlante. Bravi. Tom Wolfe li avrebbe chiamati radical chic.

Beh, forse il maestro Barenboim non lo sa, ma nessuno in Italia è al lavoro per radere al suolo cultura, ricerca e istruzione. Anzi. Si cerca faticosamente di uscire da una situazione disastrosa che ha diverse cause, dagli sprechi del recente passato, quando il Fus era utilizzato anche per elargire fondi a film destinati a non uscire nelle sale, alla scarsa apertura al privato, con conseguente incapacità di attrarre investimenti. A questo, si deve aggiungere una crisi economica devastante, iniziata nel settembre 2008 e ancora in corso.

Non sembra che i contestatori siano in grado di proporre soluzioni concrete, capaci di andare al di là della retorica. Allora gridano e menano le mani. La testa pensante Moni Ovadia, ieri in piazza a Milano, si è lanciato invece in una raffinata analisi. Questa: «I soldi per la cultura ci sono ma li rubano».
E qui le braccia cascano sul serio.