I soliti ipocriti che speculano sulla pelle degli italiani

Dalle escort ai tiranni. L’ossessione della spallata che spazzi via Berlusconi, il suo governo e la sua maggioranza induce la sinistra ad approfittare di qualsiasi circostanza che possa tradursi in atto d’accusa al premier. Dalla incriminazione di immoralismo per aver cenato con delle signorine a quella d’aver allevato un mostro, un sanguinario dittatore, non c’è soluzione di continuità nell’offensiva politica e mediatica di una opposizione che mostra chiari sintomi di isterismo da impotenza. E allo stesso tempo l’iniziale prudenza del governo, doverosa per la presenza degli italiani nel paese, e per non pregiudicare i loro interessi, anche materiali, è stata interpretata come debolezza se non connivenza. Così la sinistra ha finito per sostenere, nella pratica, che il colonnello Gheddafi era diplomaticamente isolato dal mondo, che nessun capo di Stato o di governo intratteneva con lui rapporti politici ed economici. Salvo Berlusconi. E che il Trattato di amicizia con la Libia a salvaguardia degli interessi nazionali ha invece «piegato l’Italia agli interessi di Berlusconi». Che poi questo Trattato sia sospeso «de facto» («Quando viene meno l’interlocutore, in questo caso lo Stato, viene meno l’applicabilità di quel trattato, questo lo dice in modo chiaro il diritto internazionale», ha precisato il ministro Frattini), non significa niente per la sinistra. La quale, per quella boccuccia di rosa di Enrico Letta, esige che sia sospeso con «atto formale», senza chiedersi, però, a chi indirizzato. Non certo a Gheddafi, universalmente dato per spodestato dalla piazza anche se non ancora sostituito da un’autorità che possa non dico governare, ma almeno parlare a nome della Libia.
Inutile ricordare che fino a ieri a Gheddafi stringevano, foss’anche controvoglia, la mano tutti, nessuno escluso. L’aulico areopago dell’Onu affidò - e a lungo - a un incaricato del colonnello addirittura la presidenza dell'Alto consiglio per i diritti umani. E non c’è Paese che avesse rotto le relazioni diplomatiche con la Libia o che rifiutasse di ricevere il dittatore. All’estero come da noi. Prodi e D’Alema, due presidenti del consiglio di quella sinistra oggi così schizzinosa ben rappresentata da Bersani, accolsero Gheddafi da ospite illustre. Un comportamento d’altronde coerente con la preminenza del «confronto» che è propria dell’ideologia più o meno sinceramente democratica. Desta dunque stupore l'indignazione di un David Sassoli, portavoce della delegazione dl Pd al Parlamento europeo, per l’affermazione di Frattini: «L’Europa non può scegliere il proprio interlocutore». Ritenuta dall'europarlamentare, evidentemente fuori giri, addirittura «scellerata». Qui non si tratta solo di voltare le spalle alla realpolitik, ma anche alla più eminente e meritevole missione democratica, quella della «apertura al dialogo». Tutto ciò non per un’inopinata conversione all'intransigenza diplomatica, non perché le colombe si sono da un giorno all'altro ritrovate falchi che invocano la politica delle cannoniere. Ma semplicemente per la pulsione antiberlusconiana che ha finito per ottundere le loro menti. Facendole sragionare (e colui che nell'uscire dalla ragione più ci mette impegno è come al solito il tribuno Antonio Di Pietro, il quale ha accumunato il governo Berlusconi a «quello che sta a Tripoli»). Affrontare una crisi di tale portata non è cosa semplice. Proprio perché gli interlocutori non te li puoi scegliere, sono quelli che sono e con quelli devi vedertela. E perché nell'intreccio di rilevanze ideali e contingenti che condizionano i rapporti internazionali, non ultimo è quello che riguarda l'interesse della nazione, che tradotto significa il bene collettivo. Forse non stiamo facendo tutto quello che bisognerebbe fare, saranno i prossimi giorni a dircelo. Resta però il fatto che il pensiero di questa crisi gestita da un governo della sinistra, fa accapponare la pelle.