I soliti nostalgici: criticano ciò che usano

Bizzarri, questi antimodernisti che comunicano per telefono, diffondono proclami su internet, scrivono su giornali stampati in teletrasmissione, pubblicano libri lanciati con le più avanzate tecniche di marketing. Mi si dirà che usano le armi del nemico, per combatterlo: e sia. Ma l’impressione è che, alla fine, combattano la battaglia di ogni generazione di nonni, per i quali l’epoca della loro giovinezza è sempre migliore di quella della loro vecchiaia. Gli stessi nonni che si annoiavano a morte nei chiacchiericci - sempre quelli - intorno al camino, e che ora scorrazzano felici da un programma all’altro della televisione per poi concludere, sospirando: «Che tempi!».
Non posso credere, perché lo stimo, che Massimo Fini sia davvero convinto che «nelle società industriali le disuguaglianze economiche non sono diminuite ma aumentate; così come sono vertiginosamente aumentate, a livello globale, le distanze fra Paesi ricchi e Paesi poveri». I Paesi poveri, prima della modernità, vivevano nella preistoria, con tutto quello che ne consegue; e stanno - faticosamente - percorrendo la via verso il benessere. Invece di teorizzare bisognerebbe chiedere a una contadina di quei Paesi se preferisce avere l’acqua potabile in casa, o se era meglio quando faceva chilometri e chilometri al giorno con una brocca in testa. Nelle società preindustriali, anche in Europa, si moriva di malattie che oggi non vengono neanche considerate tali e l’ignoranza era un buco nero che ottundeva la mente di quasi tutti. Alzi la mano chi è convinto che siano peggiori «depressione, angoscia, stress, nevrosi»: mali, peraltro, tipici degli antimodernisti.
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