I soliti «signor no» che sanno solo invocare Ciampi

Paolo Armaroli

Licenziata dall’assemblea di Montecitorio, la riforma elettorale è approdata alla commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. E i tardi epigoni di Lenin, nonché i loro compagni di strada, si arrovellano sul solito interrogativo. Che fare? La verità è che costoro sanno dire solo di no. Per il resto sono un pugno d’uomini indecisi a tutto. Un giorno sì e l'altro pure, pensate, plaudono alle parole del capo dello Stato. Che, guardate un po’ che bel caso, interpretano immancabilmente a capocchia. Lasciando intendere che dà loro ragione e torto marcio al presidente del Consiglio. Fatto sta che, a ben vedere, Ciampi è lisciato per il verso giusto a giorni alterni. La sua moral suasion viene lodata di continuo. E anche i rilievi mossi discretamente dal Quirinale alla riforma elettorale sono stati accolti dall’Unione con generale soddisfazione.
Ma se vi andate a leggere il resoconto della predetta commissione del Senato del 25 ottobre, stenterete a credere ai vostri occhi. Perché adesso quei rilievi, recepiti puntualmente dalla maggioranza, non vanno più bene. Così il margheritino Battisti afferma che «i premi di maggioranza al Senato, attribuiti su base regionale, potrebbero determinare risultati complessivamente disomogenei rispetto alla composizione della Camera dei deputati, con gravi ripercussioni in termini di governabilità». Questo pericolo esiste, intendiamoci. Ma chi, se non il capo dello Stato, ha osservato che un premio di maggioranza a livello nazionale si porrebbe in contrasto con l'articolo 57 della Costituzione, secondo il quale «Il Senato è eletto a base regionale»?
Il sullodato Battisti punta poi l’indice contro la norma che prevede l’indicazione di un capo della coalizione. A suo avviso, una disposizione di tal fatta lederebbe le prerogative del Colle. Ma finge di ignorare che la norma originaria è stata modificata in tal senso proprio su indicazione del Quirinale. Mentre il diessino Villone e l’ex presidente del Senato Mancino non trovano di meglio che piangere sul latte versato. Visto e considerato che alla Camera anche l’opposizione ha bravamente contribuito alla bocciatura delle «quote rosa».
Non è tutto. Il bello è che ogni volta che l’Unione è sul punto di adottare una decisione, rischia di andare in pezzi. Questi Rommel in formato sedicesimo si stanno interrogando adesso su quale atteggiamento assumere a Palazzo Madama. Prodi, ormai vittima del proprio estremismo, non vuole sentire ragioni. «C’è assoluta continuità tra la strategia usata alla Camera e quella che verrà adottata al Senato». L’uomo dei triplici «no», caschi il mondo, non si smentisce. È il prezzo che i neofiti sono costretti a pagare. I Verdi non sono da meno. Già meditano di presentare ben cinquemila emendamenti. A fronte di questi Tartarin di Tarascona c’è chi, come Fassino, vorrebbe adottare una diversa strategia. Anziché sparare nel mucchio senza costrutto, il segretario della Quercia preferirebbe la presentazione di pochi emendamenti mirati per verificare la tenuta della maggioranza.
Il guaio è che Fassino ha fatto i conti senza l’oste. E l’oste, manco a dirlo, è Rifondazione comunista. Che ha subito messo le mani avanti. «Attenzione a non entrare troppo nel merito, perché allora ci divideremmo». Una frase che la dice lunga sull’omogeneità della coalizione contrapposta alla Casa delle libertà. Se a questo è ridotto il centrosinistra adesso che sta all’opposizione, immaginatevi che cosa diavolo saprà combinare quando - che Iddio non voglia - entrerà nella stanza dei bottoni. Sarà per questo che l’astuto Prodi prende tempo per mettere nero su bianco uno straccio di programma. Sa bene che sarà costretto alle solite brevi considerazioni sull’universo. Buone a nulla e capaci di tutto.
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