I SOLITI SOSPETTI

La scalata a Rcs non ha, nei suoi contorni generali, nulla che la differenzi molto da altre vicende dell'universo imprenditoriale, italiano e straniero. Ubaldo Livolsi, che in questa operazione è impegnato, ha detto con franchezza di non vedervi nulla di male: perché i rastrellamenti di azioni, gli acquisti, le vendite «fanno parte del giuoco». In condizioni normali questo ennesimo episodio delle continue guerre e guerricciole che sul fronte finanziario vengono combattute sarebbe stato osservato - dai politici e dai mezzi d'informazione - con un interesse più distaccato. Tra l'altro nel caso specifico non ricorre neppure il tema della minacciata italianità d'una impresa. Ma due elementi che all'economia di mercato sono estranei danno alla scalata una drammaticità tempestosa, da Everest in piena bufera. Primo elemento: nella sigla Rcs è incluso il Corriere della Sera, e il passaggio di mano del gruppo comporta anche il passaggio di mano del più importante quotidiano italiano. Secondo elemento. Sussurri e sospetti tanto insistenti quanto non sostenuti da prove, vogliono che la manovra riguardante il Corriere sia favorita da Berlusconi: sponsor segreto dell'arrampicatore Ricucci.
Da questa premessa discende un allarme stentoreo per la minaccia del Cavaliere alla libertà di stampa, che non si è placato neppure ieri, dopo che Berlusconi ha negato con decisione di aver qualcosa a che fare con chi sta comprando. Poiché nonostante le smentite l'allarme suscita e susciterà consensi più o meno spontanei, e rinfocolerà le stranote polemiche sul conflitto di interessi, credo sia opportuno precisare alcuni punti. Sembra anzitutto che vi siano alcuni sommi sacerdoti della libertà di stampa cui è stato assegnato il compito di verificare le credenziali di chi voglia partecipare al controllo azionario del Corriere. Questi custodi del Verbo possono dire sì a certi soggetti e no ad altri. Nel nome, beninteso, della autonomia e della terzietà corrieristica, beni da preservare gelosamente. Se c'è di mezzo il Corriere le sempre osannate regole del mercato non valgono più. Un finanziere fortunato e spregiudicato come Carlo De Benedetti s'impossessa di Repubblica, niente da obbiettare. Ma se Ricucci - che non conosco e che di primo acchito non m'ispira grande simpatia - guidasse le sorti del Corriere cadrebbe il mondo. Il denaro di De Benedetti non puzza, quello di Ricucci sì.
Chi lo stabilisce? I citati sommi sacerdoti. Che non sono né sommi, né neutrali, né terzi: hanno interessi e legami d'ogni genere; che non sono ignari delle lotte di Palazzo, e che negli ultimi anni hanno gioito per l'atteggiamento antiberlusconiano del Corriere. Ho per il Corriere, e per chi lo dirige, stima e rispetto. Non trovo per niente disdicevole che abbia preso posizione. Ma mi sembra ipocrita il sostenere che non l'ha presa, e che le incursioni di assaltatori devono essere respinte perché al Corriere sia garantita una imparzialità che non ha e che in alcune circostanze cruciali non ha nemmeno preteso di avere. Ritengo logico che all'offensiva di Ricucci sia opposta, da chi ha le redini del quotidiano, una forte resistenza. Fa parte del giuoco, Livolsi ha ragione. Evitiamo però d'arruolare, per una battaglia come questa, i sacri principi che non c'entrano. Chi lo fa non sta al giuoco, sfodera carte truccate. Quanto a Berlusconi, si può anche criticare una certa sua voluttà del vittimismo. Ma è difficile negare che la grande stampa gli sia nella quasi totalità ostile. Da qui a pensare che voglia indirettamente prendersi il Corriere ci corre. Non ha preso, politicamente, neppure Canale 5, che pure gli appartiene.