I sommersi e i salvati del regime

Il “cambiar casacca” fu un’operazione studiata a tavolino

Il volume di Mirella Serri I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte descrive, con ampia documentazione, il vasto fenomeno del trasformismo intellettuale che, alla fine del conflitto, portò moltissimi uomini di cultura a intraprendere un breve viaggio dalla camicia nera alla tessera del Pci, e in ogni caso alle file di quello che sarebbe stato poi definito l’arco costituzionale delle forze antifasciste. Il libro corre però il rischio di essere «gattopardizzato» nei commenti, spesso anche assai positivi, che ne hanno accolto la comparsa, come mi pare sia accaduto in due recenti interventi di Aurelio Lepre e Luciano Canfora sul Corriere della Sera. I due studiosi sono certo lontani dal condividere l’ipotesi inverosimile, ma a lungo considerata attendibile, secondo la quale l’intera classe intellettuale italiana si sarebbe schierata compatta ad attendere lo sbarco di Togliatti al molo Beverello a Napoli, nel 1944, per poi passare, spinta da intima convinzione, a militare sotto le insegne del «Partito nuovo». A quella leggenda Lepre e Canfora ne sostituiscono un’altra: la sopravvalutazione del fenomeno dell’«entrismo» (la penetrazione di personale politico comunista nelle organizzazioni culturali fasciste), che avrebbe corroso dall’interno la solidità del regime e costruito, fin dalla metà degli anni Trenta, una salda egemonia culturale delle forze della sinistra. Insomma: «cambiare tutto, per non cambiare nulla», come troppo spesso accade non solo nella storia ma anche nella storiografia del nostro Paese. La verità è invece assai diversa da queste ricostruzioni, non saprei dire se più ingenue o più tendenziose. Il cambiar casacca dei nostri intellettuali fu solo in minima parte un fenomeno spontaneo. Fu invece un’operazione politica studiata a tavolino dalle forze che si apprestavano a conquistare il governo del Paese. Quella conversione dal fascismo all’antifascismo fu nella maggior parte dei casi una conversione forzata, imposta dal meccanismo delle leggi di epurazione che, tra 1943 e 1946, consentirono una pratica di reclutamento del personale intellettuale fascista massicciamente praticato in primo luogo dal Pci e dalla Dc, ma da cui non furono esenti anche tutte le altre forze di democrazia laica e liberale. Negli stessi meccanismi giuridici della bonifica antifascista, si celavano i modi di una «giustizia politica», così la definiva Croce, in cui al sacrificio di alcuni eccellenti capri espiatori faceva riscontro il perdono di molti, e più spesso la mancanza di sanzione di quasi tutti i colpevoli, egualmente o forse più compromessi con il volontario ed entusiastico sostegno al sistema di potere di Mussolini e persino, in più di un caso, con la degenerazione antisemita del regime. Il che spiega molto bene che accanto ai pochissimi “sommersi” dalla purga intellettuale antifascista, moltissimi furono invece i “salvati” o, come preferisce definirli Mirella Serri, i «redenti». E tra questa massa di recuperati alla fede democratica figurano nomi eminenti e casi paradossali. Mario Missiroli, graziato su intervento di Croce. Lo storico Aldo Romano, fiduciario dell’Ovra, reclutato personalmente da Togliatti per continuare la sua attività spionistica contro gli ambienti di cultura liberale, dopo il 1944. Giuseppe Maranini, professore di storia del diritto nella fascistissima Facoltà di Scienze Politiche di Perugia, autore nel 1935 del volume Classe e Stato nella Rivoluzione francese, dedicato a Benito Mussolini, che una sbalorditiva sentenza del Consiglio di Stato liberava da ogni addebito relativo alla passata e «attiva partecipazione alla vita politica del fascismo», sostenendo che le sue pubblicazioni erano «sostanzialmente intese a rivendicare la libertà contro la sopraffazione dittatoriale». Infine, Antonino Pagliaro, autore e propagandista di un’organica filosofia antisemita, dalle colonne del Dizionario di Politica del Pnf, al quale, nel 1946, alla fine di un lungo procedimento giudiziario, veniva rimessa sostanzialmente ogni pena, in virtù di numerose testimonianze a discolpa che recavano la firma di antifascisti illustri come Carlo Antoni e Guido Calogero. Il primo, esponente di spicco del Partito liberale, il secondo, fondatore del Partito d’Azione.