Ma i sondaggi passano di moda se non servono più alla sinistra

Sarà che costano troppo o che servono a poco. Sarà. Ma nei primi cento giorni del governo Prodi - e pure nei secondi a quanto pare - i sondaggi sono quasi scomparsi, o sono stati ridotti a dosi omeopatiche. Accidenti, proprio quando servirebbero intere paginate per sondare gli elettori sull’impatto della Finanziaria. Ma che è successo? Certo, i sondaggi non tirano più dopo la super-toppa alle ultime elezioni politiche. Tutti gli istituti davano all’Unione un vantaggio di tre-cinque punti che poi s’è rivelato un clamoroso falso tranne la deprecatissima americana Psb, ingaggiata da Silvio Berlusconi, che alla fine ebbe ragione. Tutti gli altri accomunati dal titolo de Il Mondo: «I maghi dei numeri hanno sbagliato tutto». Giacomo Sani, politologo di razza, ne L’Italia a metà (Cairo editore) ha provato a difendere la bontà scientifica delle rilevazioni con la seguente tesi: visto che i dati diffusi da tutti gli istituti più o meno simili, la colpa degli errori va attribuita all’«indecisione, i rifiuti, le reticenze e le bugie» di un’opinione pubblica malandrina. Ma gli ha riposto il superlobbista - e già spin doctor dalemiano - Claudio Velardi, nella parentesi del suo appena uscito L’anno che voleva cambiare l'Italia (Mondadori) dedicata ai cari «colleghi»: «Se qualcuno di voi intravede dati un po’ anomali, un giretto di telefonate e i numeri si aggiustano», secondo la «logica aberrante per cui è meglio sbagliare insieme che azzardare una verità». Velardi chiude così la sua ironica parentesi: «...Che poi spesso siate un po’ di sinistra, beh, è vero anche questo». Roba da mandare in sollucchero il Cavaliere.
Ad ogni modo, il signor Sondaggio non gode di chiara fama e buona salute. Basta pensare che pochi giorni fa, quando Mannheimer ha provato a dimostrare che agli italiani l’eutanasia non dispiace, subito l’Avvenire lo ha afferrato per la giacchetta: a Rena’, lascia stare, avete già toppato al referendum sulla fecondazione assistita. Bisognerebbe fare un sondaggio sulla fiducia nei sondaggi, chissà cosa esce.
Nando Pagnoncelli, di Ipsos, ha un’altra spiegazione: «Sappiamo tutti che oggi i sondaggi, più che altro, sono diventati per i partiti uno strumento di comunicazione». Specifica Paolo Feltrin di Tolomeo: «Un mezzo di lotta politica» per farsi propaganda. L’ha capito per primo Berlusconi ma, a quanto pare, la lezione l’hanno imparata tutti: se non hai numeri a tuo favore, taci, non svegliare il Diamanti che dorme. Confida Robert Weber di Swg: «Ricordate i sondaggi condotti dall’Unione sull’Italia che non arrivava a fine mese? Da quando ha vinto il centrosinistra la sindrome della quarta settimana è sparita...». Siamo tutti più ricchi e più belli? No, sono spariti i sondaggi, o si sono nascosti per bene. Basta controllare il sito della presidenza del Consiglio, www.sondaggipoliticoelettorali.it, per constatare un netto decremento dei sondaggi sul governo commissionati e pubblicati sui media rispetto a quanto accadde nel 2001, quando a Palazzo Chigi era appena arrivato Silvio Berlusconi. Lì fu una gara a mostrare con grafici e percentuali che il Cavaliere era riuscito a sciupare in pochissimo tempo il capitale di fiducia accumulato tra gli elettori, che il motore del berlusconismo s’era inceppato al primo tornante. Ricordate? L’Espresso che ogni settimana ci deliziava con i numeretti su quanto stavano simpatici i ministri, il Corriere della Sera che pubblicava i dati dell’Osservatorio socio-politico, e così via.
Oggi quanto sia amato Romano Prodi pare non interessi quasi a nessuno, neppure in questo mese di settembre quando, esaurito l’effetto spot del decreto Bersani, sono arrivati l’indulto, l’affare Telecom, le litigate tra ministri, il pacco regalo della Finanziaria a far deprimere l’Italia. Eppure risultano ufficialmente solo una rilevazione Ipsos a Ballarò (ripresa, casualmente, solo dal Giornale...), che mostra un saldo negativo nei giudizi sul governo Prodi, un altro paio di Ekma che dà in calo il gradimento di Prodi da luglio a settembre, in ascesa quello di Berlusconi e una consistente discesa nella fiducia al governo. E Stop. Dibattito su queste cifre prossimo allo zero. Spunta un (legittimo) sospetto: non è che c’è in giro poca voglia di certificare che il consenso di cui godeva Prodi si sta squagliando veloce come un calippo a ferragosto?
Poi finalmente, la Notizia: sul Corriere di rieri ritorna il Sondaggio. Addirittura una rilevazione sul gradimento del governo, firmato dal solito Mannheimer, con dati succosissimi: dopo l’exploit a luglio dei «quaranta giorni», i giudizi positivi su Prodi scendono di nove punti e quelli negativi di cinque, mentre i giudizi positivi sul governo scendono di tre punti e quelli negativi - udite udite - di ventidue punti, dal 31 al 53%. Con cifre così ci si sarebbe aspettati il titolone, la solita collocazione nelle primissime pagine, magari in mezzo alle notizie sulla Finanziaria. E invece, mesto mesto, il sondaggio mannheimeriano è stato sbattuto a pagina 19, accanto alla pubblicità di una borsetta, sotto l’ennesimo titolo sulle liti per il Partito democratico, persino dopo la notizia del furto della scrivania del premier spagnolo Zapatero. Verrebbe da pensare, a voler essere maliziosi, che il Corriere l’abbia pubblicato per mero senso del dovere, con l’avvertenza, però, di non dargli troppo risalto. Il calippo si sta sciogliendo, ma è meglio non dirlo troppo in giro. Strano destino, il sondaggio al tempo dell’Unione.