I suicidi in carcere sono tragedie, come quelli fuori

Cortese redazione, ebbene sì, la morte della Blefari è frutto della stessa «disattenzione» riservata a Stefano Cucchi, a Stefano Frapporti, a Camillo Valentini (sindaco di Roccaraso suicidatosi a Sulmona), ad Aldo Bianzino e anni fa a Gabriele Cagliari. Ho letto con attenzione l’articolo di dal titolo «Finiamola con le ipocrisie: siamo stanchi di capire», pubblicato il 2 novembre sul vostro quotidiano, in cui si parlava della morte di Diana Blefari e in cui l’autore prende spunto da una mia dichiarazione per attaccare coloro che hanno parlato di grave ingiustizia. Tutti sappiamo che Diana Blefari è stata una componente delle nuove Br. Ma in discussione non vi era questo. Diana Blefari era detenuta presso la casa circondariale di Rebibbia. Su di lei pendeva una condanna molto pesante: l’ergastolo. Dal momento dell’arresto era, a tutti gli effetti, un individuo nelle mani della giustizia italiana. Da tempo manifestava gravi problemi psichici, confermati da numerose perizie psichiatriche, tali per cui la situazione della detenuta era stata definita «ad alto rischio». Ci sono tanti modi in Italia per espiare la pena. Diana Blefari poteva e doveva essere curata in una struttura ospedaliera psichiatrica. Si sapeva che stava male eppure stava da sola in cella con materiale e strumenti utili a impiccarsi. Ma c’è un punto che mi preme chiarire: la mia, e credo quella di tanti che come me hanno denunciato l’ingiustizia del trattamento riservato alla Blefari, non è una difesa ad personam. Il suo è un caso comune a tante altre persone. Solo nel 2009 sono stati 61 i suicidi nelle patrie galere. Galere affollate solamente da poveracci, tossicodipendenti, immigrati. Di quella che qualcuno chiama feccia e io mi ostino a chiamare umanità.


Allora è così, cortese assessore. Le galere sarebbero affollate «solamente di poveracci, tossicodipendenti, immigrati», eh? Che languida e rorida idea ha del carcere, lei. E i criminali, i delinquenti, gli stupratori, i farabutti, gli assassini, i ladri, gli scippatori di vecchiette, i lestofanti, i teppisti, gli spacciatori, i papponi, i brigatisti e gli stragisti dove me li mette? O mi dirà che sono tutti «poveracci» che se commisero un reato lo fecero per colpa della società - brutta e cattiva - che non li capiva, che non li compiaceva? E che dunque andrebbero trattati coi guanti bianchissimi? Lei brandisce come un lanciafiamme dialettico la cifra di 61 suicidi consumati in un anno nelle carceri italiane. Bene, nello stesso anno fuori dalle carceri sono stati 2 mila 828. L’enormità di questa cifra non le fa pensare che i suicidi in carcere non siano una anomalia, l’esito di «disattenzioni», come le chiama? Non le fa pensare che quando si manifesta con furore, la pulsione a togliersi la vita non sente - almeno in 2 mila 828 casi - ragione? E che poco importa a chi è determinato al gesto estremo essere in una cella o in una struttura ospedaliera psichiatrica?
Cortese assessore, nessuno nega che il carcere crei disagio a quanti ne sono ospiti. Sarebbe strano il contrario, visto che si tratta di istituti di pena. E pena da un lato significa sanzione punitiva, dall’altro patimento, sofferenza morale. Lei mi pare dell’idea che per non sottoporre i «poveracci» al patimento non resti che abolire la sanzione punitiva. Io sono dell’idea che l’unico modo sia quello di non finirci, in galera. Ovvero di non commettere reati, di rispettare la legge. Massime, di non uccidere («Se lo avessi avuto per le mani, prima di ucciderlo l’avrei torturato», questo disse, riferendosi a Marco Biagi, Diana Blefari Melazzi nel corso del suo primo interrogatorio. Una «poveraccia» anche lei ingiustamente incarcerata?).