I suoi libri come letteratura dell’esilio

Jean-Marie Gustave Le Clèzio descrive i suoi romanzi come «letteratura dell’esilio», e se stesso come un esiliato, benché nessuno l’abbia mai cacciato dalla sua Nizza. Di madre francese e padre mauritano, Le Clèzio ha vissuto e vive in giro per il mondo, fra il New Mexico e Mauritius, l’Inghilterra e la Costa Azzurra, alla ricerca di un’identità non limitabile ad alcun confine nazionale. Con il suo primo romanzo, Il verbale, pubblicato a 23 anni, ha vinto il prestigioso premio «Renaudot» e da allora ha firmato oltre 40 libri fra saggi, romanzi, racconti, diventando uno dei più noti autori francesi contemporanei. Fra i suoi testi tradotti in Italia, Il continente invisibile, L’africano, Diego e Frida, Stella errante, Le due vite di Laila, questi ultimi tre usciti da il Saggiatore (che sta per ripubblicare nei tascabili Diego e Frida).
Pur essendosi formato alla scuola del Noveau Roman anni ’60, Le Clèzio ha poi gradualmente virato verso la forma tradizionale del racconto, soprattutto quella che ha per tema il viaggio (l’esilio, direbbe lui). I critici lo hanno accostano a Zola e Joyce, a Stevenson e a Lautréamont, ma lui preferisce citare fra i suoi modelli Rimbaud e alcuni contemporanei americani, da N. Scott Momaday ad Henry Roth. A proposito del Nobel ricevuto, ha detto: «Un premio che mi dà il desiderio di continuare a scrivere».
I temi ricorrenti dei suoi romanzi, oltre al viaggio, sono la filosofia, il recupero del pensiero religioso e spirituale in contrapposizione al razionalismo occidentale. «La letteratura è un genere polimorfo - ha detto Le Clèzio -, è flessibile per sua natura, e rappresenta un’apertura verso altre culture, altri linguaggi. Per questo può funzionare da antidoto alla cultura occidentale, che è diventata monolitica, che mette l’accento solo sulla tecnica e reprime i sentimenti».