I suoi show: volgarità gratuita o modello vincente?

di Melania Rizzoli*

Il tamarro della politica italiana. Lui, «il Senatùr» che ha sempre fatto di tutto per distinguersi dai terroni meridionali, alla vigilia della ripresa dell'attività politica si è presentato in canottiera bianca davanti al «suo» popolo e si è esibito nella peggiore delle sue ormai macchiettistiche performance, con insulti, parolacce e offese contro tutto e tutti, alleati politici compresi.
In una domenica molto significativa, iniziata con l'incredibile raduno di milioni di giovani in cerca di valori, arrivati da tutta Europa nella spianata dell'aeroporto di Madrid, sotto il sole caliente d'agosto, per ascoltare il Papa Benedetto XVI e proseguita con il bellissimo discorso del presidente della Repubblica, letto al Meeting di Rimini, che ha usato con emozione il «linguaggio della verità», tutti noi abbiamo dovuto ascoltare nei telegiornali anche «il linguaggio da osteria» di un ministro della Repubblica italiana che da Capriate d'Orba (Al) ha parlato ai «suoi padani» nella sua solita maniera.
In una calda estate senza ferie, per la gravità della crisi economica mondiale, in cui Giorgio Napolitano lancia un duro richiamo alle forze politiche di maggioranza e opposizione, con un invito ad avere più «responsabilità nelle istituzioni», e in cui Papa Ratzinger esorta una folla oceanica rivelando che «voi siete la speranza e il mondo ha bisogno di voi», Umberto Bossi dava dello stronzo all'onorevole Casini, mandava una pernacchia al neo segretario del Pdl Alfano, e rideva alle parole di un altro suo ministro, l'onorevole Calderoli, in piedi vicino a lui, quando definiva Luca Cordero di Montezemolo «una scorreggia dell'umanità».
Riflessioni d'agosto dal ben diverso respiro indubbiamente, ma che rivelano le diverse consapevolezze e proposte di soluzioni delle emergenze che il nostro Paese si appresta ad affrontare e che deve al più presto risolvere.
Dice Napolitano alla platea del popolo ciellino, «ci sono momenti come questi in cui ci si può quasi disperare dell'apporto insostituibile della politica e dello Stato, di fronte alle sfide che oggi stringono l'Italia».
Dice Benedetto XVI ai milioni di giovani in ginocchio di fronte a lui «non lasciatevi sedurre dalle false promesse di uno stile di vita senza valori e senza Dio».
Dice Umberto Bossi dal suo palcoscenico padano, affiancato da due guerrieri mascherati da crociati «questo è un cambiamento epocale, non è una questione Nord-Sud, bisogna vedere se l'Italia ci sarà ancora. Il sistema italiano è condannato a morte, la soluzione è la Padania, perché è l'Italia che non tiene più».
In una settimana di passione in cui il capo ormai discusso della Lega ha definito il nostro ministro della pubblica «mministrazione «il nano di Venezia» e ha alzato il dito medio nei confronti dei giornalisti definendoli «delinquenti da bastonare», la sobrietà e il rigore del presidente della Repubblica, e il calore e il carisma del Pontefice che raccoglie milioni di giovani di tutto il mondo, ci riconciliano con i tempi difficili che il nostro Paese sta vivendo e che richiedono riferimenti forti, sicuri e affidabili che poco hanno a che vedere con il ministro Umberto Bossi in canotta.
Lui, l'inventore del colorito lessico politico, che è diventato per anni una fortunata formula per la Lega, ma che, in momenti come questi, diventa un gergo scurrile e fastidioso, più vicino al turpiloquio che al ragionamento politico, è tornato alla carica dei vecchi tempi, alla ricerca di consensi un po' appannati, senza però sentire che il vento è cambiato, e che soffia forte.
La scorsa domenica abbiamo quindi avuto la contemporanea testimonianza di tre leaders, tre politici, tre rappresentanti di tre mondi e di tre culture diverse, due che hanno espresso sentimenti, valori e passioni profondamente nobili, ed uno che si è espresso con sentimenti, definizioni e linguaggio da vero tamarro.
*deputato Pdl