I supporter della propaganda apocalittica

Rinuncio. Sui referendum vorrei dire solo pochissime cose e non pretendere di convincere nessuno circa un argomento sul quale ogni serio lettore ­ auspico ­ si sarà fatto compiutamente un’i-dea, altrimenti è davvero meglio che lasci perdere. Non sono un divulgatore scientifico e nonostante l’improvvisarsi esperti non sia granché difficile ­ tutti mezzi scienziati, da qualche tempo ­ per decoro vorrei ritracciare un confine tra l’essere personalmente informati e assumersi la responsabilità di informare: quanto ha già scritto il Giornale sul tema è più che sufficiente. E si scuserà la superbia, ma non vorrei neppure far la somma fatica di dover rispiegare da capo per quale ovvia ragione reputi l’astensione uno strumento politicamente legittimo (alias lecito) ma come ugualmente reputi l’obiettivo degli astenuti tutt’altro che democratico: vincere indipendentemente dall’opinione della maggioranza. Se qualcuno volesse infine sapere se addirittura giudichi le parole del Papa un’intromissione di troppo, rispondo che sì, nei fatti lo sono state, ma più che altro per l’amplificazione massmediatica di un’informazione che ultimamente è solita sovraesporre le posizioni porporali, da qualche tempo. Mi piacerebbe anche spiegare altre ovvietà, ossia che l’attuale legge 40 ci isola o quasi dal restante mondo occidentale e che ciò significherà (significherebbe) l’ennesima emigrazione di studiosi verso laboratori e università straniere, ma soprattutto significherebbe l’ennesima emigrazione ­ classista e per censo ­ di persone che se necessario andranno tranquillamente a farsi curare all’estero. Ma sto solo allineando delle fugaci opinioni senza spiegarle come meriterebbero. Dunque voglio dire un’altra cosa. Voglio dire che la campagna dei propugnatori del No mi impressiona, perché assomiglia sempre di più a quelle che la sinistra ha sempre perduto contro Berlusconi, e non può sfuggire che molti autorevoli astensionisti mediamente parlino d’altro. I singoli problemi, quelli concreti, a misura di madre, il Paese reale in cui la famosa legge 40 va a muoversi, il confronto appunto con altri Paesi, le cifre i dati, gli aspetti tecnici di una legge che viene trattata come un monolite - quando invece è modificabile come tutte le leggi ­ sono tutti approcci che non interessano loro. È difficile, tra essi, scorgere una ragionata via di mezzo tra chi fa propaganda apocalittica - come Amintore Fanfani ai tempi del divorzio - e chi invece disegna cosmogonie (Il Foglio) che in ogni caso non muoveranno un voto. Gianfranco Fini per esempio si è ribellato a questo dualismo ­ approcciando la legge dal basso, laicamente ­ e l’hanno quasi linciato, ciò che gli sta accadendo ha dell’incredibile, e se da una parte c’entrano senz’altro faccende interne ad An ­ fatti loro ­ d’altra parte va detto che a Fini i propugnatori del No, più del merito, contestano il metodo: Fini non ha voluto capire che il problema è un altro. Il problema, quello sottilmente delineato dai Marcello Pera e dai Giuliano Ferrara, è ricreare un pensiero forte ed egemonico che ridivenga fortilizio d’Occidente. Una visione dirigistica, anzi funzionalistica, che a mio avviso appartiene soavemente ad intellettuali che degli effettivi problemi sollevati dalla legge 40 ­ mi scuso per il tono ­ gliene frega pochissimo. Ha ragione Francesco Merlo: su Repubblica ha scritto che infine «non è sulla personalità dell’embrione che si pronunceranno gli italiani, ma sulla legittimità del partito delle parrocchie, sulla religiosità armata e filosofizzante, sugli intellettuali atei che vogliono rubare al popolo la sua fede, soffusa e senza asprezze, per fondare un’etica di Stato». È vero, gli astenuti contano di aggiungere la furbizia alla pigrizia, una tattica legittima quanto impaurita del Paese reale: sicché ti raccontano che il referendum è praticamente un quesito filosofico per stabilire se l’embrione sia o no una persona. Ma non possono farcela, indipendentemente dall’esito di questo referendum: perché fingono d’ignorare che non c’è più ricezione ideologica in un Paese, questo, sempre meno cattolico e sempre più cristiano. Il fatto è che il cardinale Ruini, diceva qualcuno, non compare nel presepe: e i suoi reggimenti non sono e non possono più essere quelli del Dio popolare in cui gli italiani, nonostante pratichino le chiese sempre meno, seguitano a credere. Gli italiani non sono secolarizzati: sono maturi. Ed è cinquant’anni che si dibatte dei cristiani in politica senza voler capire che i cristiani, in politica, non ci sono più.