I tagli alla politica? Qualche assessorato

Avrà tanti difetti il Parlamento italiano. Ma quando si tratta di trasformare il rigore in tepore, e le amputazioni in leggere abrasioni, è senza rivali al mondo. Lo si è visto anche per gli interventi sui costi della politica: interventi finalmente previsti - dopo la rivolta dell’opinione pubblica per gli sprechi che nella politica imperversano - dalla Finanziaria 2008. La prima versione del documento prevedeva(ne ha scritto ampiamente Il Sole-24 Ore di ieri) la cancellazione di 33mila posti nelle amministrazioni locali. Ma la Finanziaria è passata al vaglio - si fa per dire - di Camera e Senato: e ne è uscita stravolta nel suo indirizzo fondamentale, che era quello d’un vistoso risparmio.
Tra aprile e giugno si andrà alle urne, oltre che per le politiche, anche per le amministrative «parziali». Ossia per eleggere i titolari di 14mila 630 posti tra Regioni, Province, Comuni e quartieri. Era l’occasione buona per dimostrare, con uno sfoltimento vigoroso, che gli annunci di serietà - piuttosto improbabili in quanto venivano da un governo multitudinario - avevano un qualche fondamento. Ma a conti fatti la scure si abbatterà su due assessorati provinciali tra i 161 in scadenza e su sei assessorati comunali tra 2.391. Sono colpiti un po’ più severamente solo i consigli di quartiere con la perdita di 603 posti (ma si tratta della categoria di gran lunga meno remunerata). Da una cosiffatta austerità si otterrà un risparmio dello 0,7 per cento. Ma solo in teoria, avverte Il Sole-24 Ore, perché «in pratica ci sono norme che consentono aumenti alle indennità più generosi che in passato». Non è che questo accada per caso: è una regola. Le norme virtuose vengono aggirate con una tenacia e una creatività che, se applicati alla normale gestione della cosa pubblica, farebbero del nostro il Paese meglio amministrato del pianeta.
I notabili locali di partito che si contendono e conquistano poltrone e prebende innumerevoli - agli incarichi politici vanno aggiunti quelli di aziende ed enti pubblici - meritano tutto il discredito che ormai li investe. Ma possono giustificarsi dicendo che il Parlamento disciolto - dal quale è stata promossa l’ondata rigeneratrice - era incline al dimagrimento altrui, non al proprio. I senatori hanno accettato uno scatto d’indennità di 200 euro mensili, benché rifiutato da Montecitorio. Si noti che quei 200 euro hanno avuto un effetto a cascata sui 750 superpagati consiglieri regionali e sui 77 nababbi del Parlamento europeo agganciati - per la retribuzione - a Palazzo Madama.
Quanto ai partiti, si voleva praticare la lesina sui rimborsi elettorali (20 milioni di euro il potenziale risparmio). Senonché la legislatura è defunta anticipatamente, della lesina si riparlerà chissà quando e intanto ai gruppi parlamentari sono stati destinati per intero i 300 milioni di euro (al massimo ci sarà una decurtazione del dieci per cento) pianificati per l’intera legislatura. Qualcuno ha perfino tentato il miracolo di trasformare una legislatura di nemmeno due anni in una di due anni e mezzo, così da assicurare la pensione agli onorevoli di nuova nomina. È andata buca, per adesso, ma non si sa mai.
Insomma: se tutto va proprio bene i costi della politica locale diminuiranno meno dell’uno per cento, se va male - e di solito va male - cresceranno ancora. L’Italia ha un «tesoretto» fantasma. La politica ha tesoretti veri, e farglieli mollare è impresa titanica.