I talebani all’attacco nelle retrovie della Nato

In Afghanistan è tempo di primavera e di talebani. Che i guerriglieri del mullah Omar attendessero la fine dell’inverno per uscire dalle basi pakistane lo si sapeva. L’«Operazione Achille», lanciata dalla Nato ai primi di marzo, puntava proprio a sigillare i valichi con le aree tribali pakistane del Waziristan. Dopo le prime dure batoste i talebani hanno, però, imparato la lezione. Ora evitano il contatto con le truppe occidentali dispiegate alla frontiera, s’infiltrano in piccole unità, si raggruppano alle loro spalle, colpiscono a sorpresa nelle province lasciate sguarnite dai contingenti occidentali. Oppure ricorrono ai consueti sanguinosi attentati terroristici contro popolazione civile e organizzazioni umanitarie.
Soltanto ieri i loro ordigni hanno ucciso quattro bimbi, dilaniati mentre giocavano nel campetto di una scuola della provincia di Herat e cinque dipendenti delle Nazioni Unite, saltati su una mina mentre il loro blindato si avvicinava a Kandahar. Nel frattempo a Tagab, uno sperduto distretto della provincia di Kapisa settanta chilometri a sud di Kabul, un gruppo di guerriglieri teneva sotto scacco le forze di sicurezza afghane e le truppe americane intervenute in loro soccorso.
Un portavoce del presidente Hamid Karzai ha intanto promesso ogni sforzo per ottenere il rilascio dei due cooperanti francesi rapiti dai talebani e minacciati di morte se il governo non accetterà uno scambio di prigionieri analogo a quello ottenuto per la liberazione del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo.
La morte dei quattro bambini e il ferimento di almeno altri quattro nella scuola Baba Rangì di Herat, la zona dell’Afghanistan occidentale in cui sono schierati i soldati italiani, era stata inizialmente attribuita a un’esplosione accidentale. La scuola si trova in una vecchia caserma utilizzata negli anni 80 dalle forze sovietiche e le prime, confuse voci diffusesi dopo l’attentato facevano pensare alla deflagrazione di alcuni residuati bellici abbandonati in una zona non bonificata dell’edificio. Più tardi però Abdul Zahir, capo del provveditorato agli Studi della provincia di Herat, ha smentito decisamente qualsiasi incidente precisando che la bomba è stata collocata nel campetto usato per le attività sportive e fatta esplodere con un detonatore comandato a distanza.
L’attentato contro il blindato alle porte di Kandahar, il più sanguinoso messo a segno contro il personale delle Nazioni Unite dopo il 2001, è stato immediatamente rivendicato dal comandante talibano Mullah Hayatullah Khan. «Colpiremo tutti gli individui e le organizzazioni colpevoli di cooperare con le forze d’occupazione o di lavorare sotto la loro supervisione», ha promesso Hayatullah Khan parlando con un telefono satellitare da una base situata in zona non identificata. Le quattro guardie nepalesi e l’autista afghano erano alle dipendenze di un’agenzia Onu responsabile dei progetti di assistenza. «Gli attacchi intenzionali ai civili rappresentano una chiara violazione delle leggi umanitarie e le Nazioni Unite perseguiranno tutti i responsabili», afferma un comunicato dell’Onu.
«I combattimenti sono molto intensi e durano sin da questa mattina nonostante l’appoggio aereo dell’aviazione statunitense», spiegava intanto Abdul Sattar Murad, governatore della provincia di Kapisa, riferendo della violenta battaglia in corso nel distretto di Tagab, settanta chilometri a sud della capitale. I talebani dopo aver ucciso un soldato afghano e averne feriti altri quattro avrebbero, a detta del governatore, perso vari uomini. I portavoce americani si limitano a parlare di «attività» militare nella zona. Altre fonti militari occidentali raccontano di intensi combattimenti estesi su un fronte lungo dai sei a dieci chilometri. Un dettaglio poco rassicurante perché l’ampiezza degli scontri fa pensare all’infiltrazione di qualche centinaio di talebani ben coordinati tra loro. Ma il governatore Murad ha assicurato che gli attaccanti non sono riusciti a conquistare alcun centro abitato della zona e si sono ritirati dopo il tramonto.