I talebani rialzano la testa: «Osama è vivo»

Al Qaida e guerriglia in simbiosi. Nonostante le perdite subite aumentano i kamikaze e le offensive a sorpresa

I talebani e Al Qaida stanno rialzando la testa in Afghanistan, e le truppe della Nato dispiegate nel sud del Paese combattono duramente per riconquistare i distretti in mano alla guerriglia. Il conflitto è sanguinoso anche per i soldati canadesi, inglesi e olandesi in prima linea. Nelle ultime settimane sono morti 14 britannici e 5 canadesi, e i 2.500 uomini di rinforzo chiesti dal comando della Nato restano una chimera. I principali Paesi dell’alleanza fanno orecchi da mercante, a cominciare dall’Italia. Anche la Germania e la Spagna sono decise a non spostare un solo uomo al sud e tantomeno a inviare rinforzi.
Mohammed Hanif, il portavoce talebano che ha rivendicato l’attentato agli italiani, ha precisato all’agenzia France Press che Osama bin Laden è vivo, nonostante le voci di una sua recente scomparsa a causa di una malattia. Anche altri esponenti talebani hanno confermato che il capo di Al Qaida sta bene e probabilmente si nasconde nella zona tribale fra Pakistan e Afghanistan.
Nonostante i talebani subiscano pesanti perdite di fronte agli attacchi della Nato, reagiscono in altre zone del Paese con inaspettate controffensive e col terrorismo suicida. Nel mese di settembre la missione Isaf, che si è estesa nell’Afghanistan meridionale al posto degli americani, ha lanciato l’Operazione Medusa, un’offensiva contro il distretto di Panjwai, a pochi chilometri da Kandahar, occupato stabilmente dai talebani. Secondo il comandante della Nato, generale James Jones, l’operazione ha avuto successo e almeno mille talebani sarebbero stati uccisi o messi in fuga. Il problema è che in risposta alla sconfitta di Panjwai i talebani sono riusciti a conquistare Garm Seer, il capoluogo di un distretto nella provincia di Helmand, e a occupare Arghandab, un altro distretto nella provincia di Zabul.
Contemporaneamente, talebani e Al Qaida sembrano aver migliorato la tecnica degli attacchi suicidi, che sono aumentati di numero rispetto allo scorso anno (una cinquantina negli ultimi mesi) e risultano più micidiali. Ieri un kamikaze si è fatto esplodere a Laskhar Gah, nella provincia di Helmand, uccidendo 18 persone. Nello stesso distretto di Panjwai, appena «liberato» dalle forze Nato, un terrorista suicida ha fatto strage di soldati canadesi che distribuivano quaderni e penne ai bambini. Lo stesso premier inglese, Tony Blair, ha ammesso in una recente intervista alla Bbc che la situazione nel sud dell’Afghanistan «è più difficile di quanto ci si aspettasse».
Gli ostacoli maggiori sono il numero troppo esiguo di soldati Nato nel sud, il tallone d’Achille delle forze afghane del ministro degli Interni, spesso falcidiate da diserzioni o addirittura da collusioni con i talebani e il ruolo sempre ambiguo di Islamabad nel contrasto alle infiltrazioni di guerriglieri e terroristi in Afghanistan dalle vicine aree tribali pachistane.