I "talent" in testa alle classifiche E' la tv la vera casa discografica

Cercare e coltivare nuovi artisti è diventato economicamente rischioso. E
allora si punta su nomi scoperti e collaudati dal piccolo schermo. Peter Gabriel, fondatore di un'etichetta musicale, è giudice a <em>The source</em>

Massì per rendere l’idea iniziamo da Peter Gabriel: nessuno meglio di lui spiega quale sia adesso il ruolo della tv nella musica leggera. Nel 1989, tra tanti squilli di tromba, ha fondato una etichetta discografica (la Real World) per cercare nuovi talenti. Oggi, per lo stesso identico scopo ma con meno squilli, è giudice in «The source», un talent show inglese di una tv satellitare. Per di più, divide lo schermo con due rockettari che vent’anni fa scappavano solo a sentir nominare la televisione: Peter Hook, ex Joy Division e New Order, e Ian Brown degli Stone Roses. «La tv è sempre stata un volano formidabile – spiega Marco Alboni, lucido come al solito, presidente della Emi -: i Beatles sono esplosi negli States dopo l’Ed Sullivan Show e gli U2 hanno fatto il salto grazie a Live Aid in mondovisione». Però, oltre a lanciare nuovi talenti, oggi la televisione li individua proprio. «Sicuramente – conferma Enzo Mazza, presidente della Fimi – porta in classifica volti nuovi. Questo è un aspetto positivo in un mercato come il nostro, fatto di una forte percentuale di repertorio nazionale, oltre il 55 % del venduto, ma concentrato finora in pochi artisti consolidati. Ciò che preoccupa di più è se questi volti nuovi saranno in grado, anche grazie alle case discografiche, di costruirsi una carriera almeno di medio periodo o se sarà solo un turn over continuo di fenomeni». In ogni caso, nulla sarà più come prima. «I produttori degli show hanno sostanzialmente preso il posto dei direttori artistici. Ma si devono ancora affinare» aggiunge Claudio Cecchetto, forse il talent scout più blasonato in circolazione. In ogni caso basta qualche dato: il nuovo cd della vincitrice di Amici Alessandra Amoroso Il mondo in un secondo, rimarrà un bel po’ in cima alla classifica. Marco Mengoni, premiato da X Factor, ha fatto sfracelli a Sanremo e tra i critici musicali. Non ti scordar mai di me di Giusy Ferreri (sempre X Factor) è uno dei brani più trasmessi dalle radio in questo decennio. Di più: ogni settimana entrano nella hit parade uno o due ragazzi sfornati dai talent italiani e l’anno scorso il disco più venduto del mondo è stato quello di Susan Boyle, neanche vincitrice di «Britain’s got talent» ma fenomeno assoluto. Insomma, volendo semplificare con un paradosso, oggi la casa discografica più potente è la tv. Anzi, aggiunge Cecchetto, «vorrei che i produttori tv creassero realmente delle case discografiche». Per ora la sinergia è strettissima, come conferma Alboni: «In una fase di completo redesign del mercato, questa formula ci permette di incontrare direttamente centinaia di potenziali artisti. E per mesi garantisce loro una ribalta tv». In fondo, una volta c’era più crudeltà e se i Beatles non avessero fatto il botto all’Ed Sullivan Show sulla Cbs nel 1964 (73 milioni di spettatori in un colpo solo) la loro arrampicata americana sarebbe stata più lenta. E, per rimanere in Italia, in mezzo secolo centinaia di cantanti esordienti hanno «sanguinosamente» provato al Festival di Sanremo: una apparizione e addio per sempre in caso di bocciatura. Senza che, detto per inciso, nessuno gridasse allo scandalo. Ora invece i tempi sono più dilatati e compassionevoli. «La tv ha preso il ruolo della discografia perché utilizza la musica per fare show» dice Marcello Balestra, direttore artistico della Warner Music, uno che a ogni cantante scoperto «si gioca la panchina». «La differenza – aggiunge – è comunque che la tv fa scouting ma poi abbandona l’artista, che torna ad aver bisogno della casa discografica. Diciamo che la tv fa il cosiddetto “start up”, ossia il lancio. E la discografia si occupa ancora di scoprire talenti più “indie”: senza una multinazionale, i Baustelle non sarebbero passati da quattromila a quarantamila copie vendute». Insomma siamo a un punto di svolta che, come sempre, scatena entusiasmi ma pure critiche. Un fatto generazionale, forse. «L’altro giorno – dice Alboni - Joe Cocker su Repubblica si lamentava che oggi ci sono Lady Gaga e Katy Perry mentre una volta c’era solo musica innovativa. In realtà mi sembra di ricordare che più o meno ai suoi tempi ci fossero anche Pat Boone o Neil Sedaka, bravissimi ma non certo geniali. Non si può celebrare sempre e solo ciò che è stato». Appunto: altrimenti ci si dimentica del futuro.