I tassi Usa spingono l’euro: è record

da Milano

Il primo tentativo, martedì scorso, era andato a vuoto. Al secondo, ieri, l’euro ha fatto centro, arrampicandosi fino al nuovo record storico di 1,3902 dollari (il precedente era stato stabilito il 24 luglio scorso), lì dove lo hanno collocato le attese di un imminente taglio dei tassi negli Stati Uniti. Che significa un inevitabile accorciamento della forbice tra il costo del denaro a stelle e strisce e quello nella euro zona.
Un’ascesa tanto agevole, quella della moneta unica, quanto già fonte di inquietudini per le ricadute sulle esportazioni, nonché miccia di innesco per un’ulteriore polemica tra la Francia e la Bce sugli indirizzi di politica monetaria. Tace per una volta l’Eliseo di Sarkozy, ma parla il ministro del Bilancio francese, per lamentare il «peso sulla crescita» derivante dal cambio ipervitaminico. Tensioni destinate a non rientrare tanto facilmente. Più lecito, invece, attendersi un inasprimento del duello verbale tra Parigi e Francoforte se, come appare assai probabile a sentire gli analisti, l’euro attaccherà presto anche quota 1,40, per poi puntare dritto verso l’obiettivo degli 1,41 dollari.
Del resto, manca ormai meno di una settimana al Bernanke-day. Nessuno sembra aver più dubbi sul calo dei tassi Usa, mentre prendono sempre più quota le ipotesi di una riduzione secca, di mezzo punto (i futures indicano il 72% di possibilità) per portare i Fed Fund al 4,75%. Il pessimo dato della scorsa settimana sul mercato del lavoro, caratterizzato da una contrazione di 4mila posti in agosto (un fenomeno che non si verificava da quattro anni) e dagli appena 44mila creati nell’ultimo trimestre, se ha sollevato nuovi dubbi sulla sostenibilità della crescita a causa dell’effetto subprime, al tempo stesso ha offerto la prova che la banca di Washington non ha davvero più alibi. Ha ancora senso lottare contro le spinte inflazionistiche, se il rischio è quello di scivolare in recessione, come molti cominciano a temere?
Anche Trichet, ossessionato forse perfino più del successore di Greenspan dall’instabilità dei prezzi, ha preferito tenere le mani lontane dalla leva dei tassi (attualmente al 4%) durante l’ultima riunione della Bce. Trasformando in un nulla di fatto quella che all’inizio di agosto sembrava una stretta inevitabile. Il mancato riferimento alla «forte vigilanza» sull’inflazione ha di fatto spostato in autunno - ma non annullato - l’appuntamento con il prossimo giro di vite. La differenza tra Eurolandia e Stati Uniti sta tutta qui: Trichet ha solo preso tempo per «accumulare più dati», ma ha anche ricordato che la politica monetaria resta «accomodante» e lascia dunque margini per altri rialzi; Bernanke, invece, pare non avere alternative: deve allentare le redini monetarie martedì prossimo e, probabilmente, varare un’altra misura espansiva prima della fine dell’anno.
Nonostante le recenti, ottimistiche esternazioni del segretario al Tesoro Henry Paulson sulla solidità dei fondamentali economici, la crisi del credito negli Usa, l’instabilità delle Borse e i primi scricchiolii che giungono dal mercato del lavoro, hanno creato una condizione di incertezza sulle prospettive economiche dell’America. Il presidente George W. Bush è intervenuto nei giorni scorsi per soccorrere le famiglie americane finite nella trappola-mutui, ma un’eventuale caduta dei consumi privati, da cui dipendono i due terzi del Pil Usa, richiederebbe ben altro tipo di risposte. Tutte a favore dell’euro.