«I tedeschi buoni ci salvarono dall’orribile strage di Civitella»

La testimonianza di una superstite ai giudici del tribunale militare della Spezia

«Furono loro a salvare me e la mamma. Erano tedeschi buoni, gentili, musicisti, che erano stati aggregati all'esercito quando si era sciolta la banda musicale. Ma c'erano anche i tedeschi cattivi: un gruppo di picchiatori terribili, della gente orribile, che faceva le torture»: Felicina Carletti, nata a Monte San Savino il 12 ottobre del 1925, ha ricordato con estrema chiarezza al tribunale militare della Spezia i giorni della strage di Civitella. «Avevo 18 anni - ha spiegato -. Ero la figlia del padrone di Villa Carletti, che venne occupata dai nazisti. Vivevamo lì con la mamma e mio fratello Luigi. C'era con noi una famiglia di sfollati di Genova, i Gori. I tedeschi erano già arrivati prima. Erano dell'aviazione, gente tranquilla. Quelli della Hermann Goering erano diversi. Cattivi. Ci buttarono giù dal letto di notte con la baionetta. Nella casa del custode iniziarono a torturare. Sentivamo le grida dalle finestre».
La Carletti è stata precisa nell'indicare la divisione Goering, nel riconoscere il capitano Barz, morto sei anni fa, come comandante: «Mi interrogò diverse volte. Disse che qualche repubblichino aveva denunciato mio fratello, in forma anonima. Luigi era renitente alla leva di Salò, era partigiano. Per questo fu torturato in modo orribile, e poi ucciso nei boschi. Io lo seppi solo molto dopo. Papà dopo le prime torture fuggì dalla finestra con una corda fatta di lenzuola».
La teste ha riconosciuto tre musicisti aggregati alla Goering, come Rolf Matthels, Erwing Rohl, Paul Zuckner. «So i loro nomi perché parlammo - ha aggiunto - avevano visto una foto di Mascagni con dedica alla mamma sul pianoforte. Cercarono di proteggerci. Sapevano che mio fratello era morto, ma non lo dissero. Sapevano delle stragi. Fu Matthels a fare documenti falsi per liberare me e la mamma in piazza Santa Maria Novella, una volta deportate come lavoratrici a Firenze. In quanto a Rohl, mi scrisse lunghe lettere, dopo la guerra. Era molto religioso. Diceva: non sai il tormento che ho dentro per quello che è successo. Sapeva tutto quanto era accaduto. E così Matthels, che è morto. La moglie conosce tutta la vicenda. La moglie di Rohl è anche venuta in Italia, nel 1999». La Carletti ha riconosciuto anche uno dei due imputati ancora in vita, Max Milde: «Era arrivato dopo gli altri. Lo vidi solo una volta. Volevo tenermi in contatto con i partigiani, allora quando c'era da uscire a prendere acqua uscivo io scortata dalle guardie. Loro si prendevano uova e cibarie, io cercavo di far sapere che la villa era occupata. Quel Milde mi disse: non preoccupatevi, domani vi liberiamo tutti, tranne il padrone e i figli. Non sapeva chi fossi. Allora io gridai: ma io sono la figlia del padrone... Poco dopo seduto sulle scale con la testa fra le mani scoppiò a piangere e disse: “La guerra deve essere fatta al fronte, non si deve avere a che fare con i civili, è sbagliato“. Mi sono sempre chiesta se avesse partecipato alla strage di Civitella, che era avvenuta due giorni prima. Di certo ne era a conoscenza, per questo aveva risposto così. E io che non sapevo della strage, non riuscivo a comprendere, allora».