I tedeschi stregati da Lislevand norvegese adottato dall’Italia

L’autore di «Nuove musiche» incanta con liuti e chitarre barocche. Successo anche per Anouar Brahem

Alessandra Iadicicco

da Monaco di Baviera

Possibile che nel 1600 suonassero così? Sembrava chiedersi sabato sera il pubblico tedesco - emozionato, spettinato, vistosamente entusiasmato - al Prinzregententheater di Monaco. Una passacaglia come un flamenco? Una danza di corte come un ballo andaluso? Una melodia barocca come una canzone piena di pepe e piena di fuoco? «Impossibile fare come se dal 1600 non avessimo più ascoltato musica per 400 anni», replica Rolf Lislevand. Che nei suoi 40 anni ha ascoltato il jazz scandinavo e la fusion che suonava da ragazzo nei locali della natia Oslo; le follie travolgenti - ovvero le folias tradizionali - di Spagna che ha suonato sulla tiorba e sul liuto nelle orchestre catalane di Jordi Savall; i canti delle ninfe rinascimentali e le canzoni d’autore più attuali dell’Italia dove - vicino a Peschiera del Garda - vive da un buon quindicennio.
Del repertorio antico, l’artista norvegese è tra gli interpreti più appassionati. Esecutore: liutista, chitarrista, virtuoso di tutti gli strumenti (chitarrini, chitarroni, tiorbe, arciliuti, vihuele) che su una cassa armonica tendono dalle quattro alle venti corde. E studioso: professore di interpretazione musicale al Conservatorio di Trossingen. Di Nuove Musiche, poi, all’antico repertorio ispirate per genialità di stile di lettura, è anche autore strepitosamente originale.
Strepitoso: non c’è altra parola per dire il suo debutto alla Ecm, l'ultraraffinata casa discografica di Manfred Eicher, con quelle sue Nuove Musiche (New Series 1922) davvero inaudite. Rivoluzionarie, dirompenti, ma in nessun modo traditrici. Per fedeltà al Belpaese di elezione le ha intitolate in italiano, come l’humus dove affondano le radici. Per fedeltà al gesto vitale dell’improvvisazione, che originariamente le caratterizza, le ha reinventate facendo germogliare e fiorire - naturalmente, spontaneamente - tutta l’espressività che serbavano in nuce. Dai semi sparsi sull'intavolatura (l’antico sistema di notazione) dell'Arpeggiata di Kapsberger, per dire, si alza letteralmente in volo uno stormo di gabbiani, e un grido d’amore lacerante. Si stacca dalle corde della tiorba agitato dalle percussioni di Pedro Estevan, un santone del tamburo, ieratico nel contegno quanto acrobatico nella gestualità che, giocando con il suo strumentario di mago - tamburelli, campanelli, nastri, collane, aquiloni, dischi piumati, bacchette magiche - scioglie un cinguettio e un battito d’ali inseguito dagli acuti di Arianna Savall, l’arpista e vocalista.
Tra i membri dell’ensemble - spettacolari, tutti da guardare: Biorn Kjellemyr al colascione, Guido Morini all’organo, Marco Ambrosini alla viola d’amore, Thor-Harald Johnsen alla chitarra battente - c’è un affiatamento coinvolgente, quasi tattile: o non potrebbero abbandonarsi tutti insieme all’estro della creazione collettiva, rispondendo ai cenni, agli sguardi, agli ammiccamenti di Rolf. Più che sussiegosamente il direttore, un folletto: cresciuto oltremisura - a due metri di statura - e scappato fuori dai boschi di Norvegia per cercarsi i panni da gigante della musica da indossare. Strada facendo ha raccolto tutto ciò che che poteva ornare il suo habitus. Arie celtiche, echi di folclore, canoni classici (sublime la sua Intavolatura di Bach, Astrée 2000), idiomi popolari. Una polifonia di linguaggi presi in parola, studiati alla lettera - nell'emozionante Alfabeto Foscarini (2004), sul Codex di Santiago De Murcia (2000) - e imparati per favorire un Encuentro, come quello tra Sanz e Santa Cruz (1997).
Un incontro eccezionale è avvenuto anche l’altra sera. Con un parente lontano: il trisavolo ancestrale (nato nel VII secolo), l'antenato orientale, dei suoi liuti: lo oud. Nel doppio concerto monacense Lislevand ha incontrato Anouar Brahem, maestro di improvvisazione in tutt’altro modo geniale. E genio musicale in tutt’altro modo cosmopolita: tunisino di stanza a Parigi educato all’antica tradizione d’Arabia e sedotto dal lirismo di Satie e Debussy. Le sue musiche - assorte, contemplative, speculative - suonano diverse dalle Nuove, fiammeggianti e scattanti di Rolf. Ma, sull’aerea levità del pianoforte di François Couturier, sulla struggente malinconia dell’accordeon di Jean-Louis Matinier, suoi compari nel Trio, spicca come il vichingo i suoi bei voli. Decolla e viaggia alto, per planare, da una «nuova» prospettiva - quella del suo ultimo Voyage du Sahara (Ecm 1915) - su un panorama musicale sbalorditivo.