I terroristi delle fotografie di Silvio

Le immagini compromettenti di Arcore? La stampa di sinistra ne parla senza sosta, ma poi non pubblica mai nulla: è il ricatto perenne al Cav della macchina del fango

La foto c’è, sicuro. Ce l’hanno i magistrati, ce l’hanno i giornali amici dei magistrati. Qualcuno l’ha vista. La potrebbero pubblicare. Forse, si dice, sarà. È la surrealtà della surrealtà. È un gioco perverso. È il terrorismo del click. Sono giorni che si gira attorno a questo: le immagini, gli scatti, magari i video, le sequenze fatte ad Arcore da non si sa bene chi e che riprendono non si sa bene cosa. Una serie di si dice e di vociare da ballatoio che serve ad alimentare il caos attorno al Rubygate. «Bunga bunga, la foto c’è», titolava ieri il Fatto quotidiano. Che vuol dire? Che foto? Di chi? De che? Un articolo intero per raccontare qualcosa che non si capisce se sia vera o presunta, se sia reale o inventata. Tanto che differenza fa ora? La fotografia è lo strumento di pressione, una minaccia sventolata, un avvertimento: guardate che noi abbiamo visto cose che voi non potete neanche immaginare.

I voyeur del caso Ruby fanno capire che qualcuno quegli scatti ce li ha. Ne scrive non solo il Fatto, ma anche la Repubblica. Poi ne parla Michele Santoro ad Annozero. Sono i due giornali e la trasmissione tv meglio informati sulle notti di Arcore. Informazioni di prima mano che giungono direttamente dagli uffici della procura di Milano. Se lo scrivono loro dev’essere vero. Sarà vero. Ci sono, dai, per forza. Loro non mentono, loro non spargono fango, loro non esagerano: hanno pubblicato tutto il pubblicabile e anche il non pubblicabile, il segreto, il segretato, il pubblico, il privato. Hanno costruito e ricostruito tutto, compresi i bonifici, vuoi che non sappiano delle foto? Allora esistono quelle immagini. Ce le ha qualcuno. E a un certo punto arriva la soffiata: ce le ha L’Espresso.

Nei corridoi delle redazioni la voce è certa: le pubblicano oggi, nel numero che va in edicola. Dicono tutti che ci faranno la copertina: i telefoni di tutti i giornalisti squillano e ognuno ha la sua versione. I protagonisti della foto, il luogo, il momento. Poi esagerano: è la pistola fumante. Le certezze si propagano via cellulare. Nessuno smentisce, ma nessuno dice la verità: L’Espresso oggi non pubblicherà proprio niente. Ci sono tre servizi sul caso Arcore e dintorni, quattordici pagine più la copertina e neanche uno scatto di quelli che dovrebbero far tremare. È un bluff, la dimostrazione che la macchina del terrorismo fotografico funziona e deve funzionare: se minacci di avere le foto, crei tensione, alimenti l’interesse. Una specie di sospetto perenne, per cui tutti devono sapere che prima o poi una foto potrebbe uscire e quando uscirà allora saranno guai seri.

Perché? Che cosa ci sarà mai di così diverso da quello che già ci hanno raccontato in tutti questi giorni? Probabilmente niente, però secondo i grandi esperti di inchieste e fango, cambierebbe tutto. Lo scrivono per preparare il terreno o per alimentare l’ansia: «Le immagini sono forti più di ogni parola, non si possono equivocare, distorcere, interpretare, ridimensionare, negare». Una lezione di vita, pillole di saggezza sparse per seminare contemporaneamente ansia e pruderie. E se l’Espresso non ha nulla, oggi il Fatto scrive che le foto sono sul mercato: costano care, per chi le voglia comprare. Sempre la stessa storia: noi sappiamo. Un po’ minaccioso come metodo, un po’ al limite come modo di fare. Il clima è questo d’altronde. Qualunque cosa faccia sarà usata contro di lei.

È un gioco sottile di spalleggiamento tra procure e giornali vicini. Uno lancia l’amo, tira su e vede quello che ha pescato. Poi subentrano gli altri. Così da giorni, così ancora per chissà quanto. Gli scatti ci saranno davvero nell’inchiesta. I giornali fanno capire di pubblicarle, poi quando il bluff viene scoperto, ecco che arriva l’intervento dei magistrati. Arriva attraverso il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati: «Agli atti dell’inchiesta ci sono foto irrilevanti». Se sono irrilevanti perché ne parla? Dicono: ma gli hanno fatto una domanda. Giusto, però tante volte i magistrati non rispondono, non danno dettagli, non aggiungono. Un procuratore non deve dare conto a indiscrezioni dei giornali. A meno che non voglia. A meno che non serva. E qui evidentemente serve a dire che non saranno usate, ma le foto ci sono. E quindi prima o poi potrebbero uscire. È terrorismo, o qualcosa che gli si avvicina.