I terroristi di Hamas esultano: «Grazie Prodi»

Un’eurodeputata di Prc va a Ramallah: «Gli aiuti non vanno sospesi»

Alessandro M. Caprettini

da Roma

Niente da fare. Neanche le richieste di messe a punto partite dal quartier generale di Prodi, riescono a far breccia tra i dirigenti di Hamas, convinti di aver trovato nel Professore un «paladino» di eccezionale importanza in Europa.
E così ieri mattina, quando i collaboratori dell’aspirante premier credevano di aver messo finalmente una pezza all’intervista ad Al Jazeera, parlando di traduzione forzata, incomprensioni ed altro, ecco che su un sito palestinese compare una dichiarazione ufficiale del ministro degli Esteri dell’Anp (Autorità nazionale palestinese) Mahmoud Al Zahar, esponente di primo piano di Hamas, il quale elogia le dichiarazioni rilasciate alla tv il giorno prima da Prodi. «Le sue parole - si legge nel comunicato diffuso dal foglio elettronico Elaph - che invitano a rivedere le posizioni europee nei confronti del governo formato dal movimento Hamas sono da considerarsi un progresso positivo». E non finisce qui. Per il ministro degli Esteri, sono ben noti «il coraggio e la spiccata coscienza politica» del Professore. Qualità che potrebbero contribuire a «convincere quei Paesi della Ue ancora indecisi se continuare a sostenere il popolo palestinese e mantenere i contatti col governo democraticamente eletto».
Che a Gaza e nei territori si sia estremamente preoccupati per la piega presa dalle cose (la sospensione degli aiuti economici Ue comporta il mancato pagamento degli stipendi di 140mila dipendenti pubblici, coi quali si fa vivere un quarto dell’intera popolazione palestinese) è un fatto. Che si cerchi poi di avvalorare l’esistenza di uno spiraglio nel fronte della fermezza europea, è da mettere in conto, anche perché Hamas rischia di fare ingigantire le proteste dei sostenitori di Al Fatah che, battuti nelle ultime politiche, sono già tornati a soffiare sul fuoco. Ma i toni riservati al Professore - dice chi conosce le vicende palestinesi - sono molto calorosi. Il che suona un po’ strano visto che proprio il gruppo di Hamas era da anni nel mirino non solo di Israele e degli Usa, ma anche dei governi europei, con cui Prodi ha governato per un quinquennio da Bruxelles.
Qualcuno ipotizza a questo punto che in passato dalla capitale europea, possa magari essersi dipanata qualche trattativa non ufficiale con gli esponenti di Hamas per cercare di capire se era possibile calmare le acque. Ma la cosa non è affatto dimostrata. Anche se, naturalmente, non si può non registrare questo nuovo ed inatteso feeling tra il movimento che predica il terrorismo e la distruzione dello stato ebraico ed il capo dell’Ulivo, il quale a questo punto è visto a Gaza come una sorte di chiavistello per riaprire i forzieri europei. Del resto il capo della diplomazia palestinese - al di là degli appelli lanciati nel mondo arabo per un sostegno economico - è chiaro nel puntare soprattutto al ritorno dei robusti contributi Ue: «I paesi europei - dice infatti - devono tornare sui propri passi e rispettare la scelta popolare anziché avallare progetti di estorsione politica che isolano ed affamano la popolazione». E conclude il tutto, Al Zahar, facendo presente come «la legittimità della causa palestinese dev’essere il movente di ogni attività nella regione che mira a porre fine all’occupazione israeliana e alla formazione di uno stato indipendente con capitale Gerusalemme».
Il gran fragore sulla «battaglia sui brogli» ha messo in ombra da noi la questione che, al contrario, all’estero, già fa molto discutere. A sinistra si preferisce lasciar perdere l’argomento per il timore di provocare un terremoto ancor prima della vagheggiata presa di palazzo Chigi (anche se l’eurodeputata di Rifondazione Morgantini è stata mercoledì a Ramallah dove assieme ad altri colleghi ha incontrato esponenti di Hamas dicendosi «contraria alla sospensione degli aiuti». Nel centro-destra, impegnato nei ricalcoli, solo l’azzurro Cicchitto nota come con Prodi si riproponga «una politica estera ambigua che ha segnato alcune delle fasi più opache della politica estera nazionale».