I terroristi liberati riprendono le armi. Attacco agli italiani: ferito un parà

Lo scontro a fuoco tra una nostra pattuglia e i guerriglieri è avvenuto nella provincia di Farah. Il militare non è grave

Kabul - «Sono subito tornato ad imbracciare i fucili con i miei fratelli per riprendere il Jihad cacciando gli invasori e combattendo gli apostati», è la prima dichiarazione di Ustad Mohammed Yasar, uno dei cinque talebani rilasciati in cambio della libertà di Daniele Mastrogiacomo. A diffondere l’auspicio di mettersi al più presto a sparare contro le truppe della Nato ci ha pensato un sito internet vicino agli integralisti. Subito dopo lo scambio di prigionieri Yasar ha parlato al telefono con il figlio Omar, che abita a Quetta, in Pakistan. Il talebano liberato «non vuole più tornare in Pakistan - si legge in rete - perché è stato questo Paese a consegnarlo nelle mani del governo Karzai. Omar ha aggiunto che suo padre continuerà il Jihad in Afghanistan con gli altri fratelli mujaheddin». Fratelli che ieri hanno sparato contro una pattuglia italiana in perlustrazione nella provincia di Farah, quella più a sud e maggiormente pericolosa del settore Nato nell’Afghanistan occidentale, comandato dal generale Antonio Satta.
Lo scontro a fuoco è avvenuto nel tardo pomeriggio ed un militare italiano, un parà delle forze speciali del 9° Col Moschin, ha riportato ferite talmente lievi che non è stata necessaria l’evacuazione medica via elicottero. La pattuglia italiana, del contingente di quasi mille uomini di base ad Herat, è stata attaccata con armi da fuoco portatili. La provincia di Farah confina con la zona di Helmand dove la Nato ha scatenato l’offensiva Achille contro i talebani, che potrebbero ripiegare verso nord ovest. Il contingente italiano è impegnato a bloccare le via di fuga ai fondamentalisti in armi.
A dar man forte alla guerriglia islamica ci penseranno i cinque talebani scambiati con il giornalista di Repubblica, tutt’altro che pesci piccoli. Yasar, 57 anni, si è fatto le ossa come braccio destro di Abdulrab Rasoul Sayaf, fondatore dell’Ittihad Islami, oggi a capo della corrente jihadista del Parlamento afghano. Durante la guerra contro i sovietici i due, che avevano studiato teologia in Arabia Saudita, ricevevano 25 milioni di dollari all’anno dalla monarchia del Golfo. Il talebano liberato era comandante sulla pianura di Shomali, a nord di Kabul, dove correva la prima linea con gli ultimi oppositori dei fondamentalisti guidati dal comandante Ahmad Shah Massoud. Poi diventò fustigatore di costumi nel «Dipartimento per prevenire i vizi e favorire le virtù», la famigerata polizia religiosa. Quando il regime crollò, sotto le bombe dei B52 americani, Yasar mise in piedi in Pakistan un centro di propaganda distribuendo nelle zone tribali cd e cassette con i sermoni di mullah Omar, che servivano ad arruolare i nuovi talebani.
Gino Strada, fondatore di Emergency, ha rivelato ieri di avere parlato con Yasar, l’unico dei talebani consegnati ad Emergency che conosceva l’inglese, prima dello scambio. «All’inizio era scatenato contro gli occidentali, poi abbiamo parlato di bisogni concreti come il primo soccorso nelle zone controllate dai talebani. Siamo rimasti che ci risentiremo», ha dichiarato Strada. Nell’ottobre 2005, Yasar venne arrestato in Pakistan assieme a Latifullah Hakimi, portavoce dei talebani, pure lui scambiato con Mastrogiacomo. Ambedue estradati in Afghanistan, Yasar stava scontando sette anni di carcere e Hakimi l’ergastolo.
La vera sorpresa dello scambio con l’ostaggio italiano è il misterioso Mansoor Ahmad, che sarebbe stato arrestato in Pakistan. Secondo mullah Ibrahim Hanifi, il comandante talebano coinvolto nello scambio, sarebbe il falso nome utilizzato da mullah Akhtar Mohammed, uno dei fratelli di Dadullah, il feroce comandante talebano senza una gamba, che ha composto la lista dei prigionieri da liberare. I due fratelli hanno iniziato insieme ad aizzare la rivolta armata nella provincia di Helmand. Nel distretto di Sangin, dove i britannici continuano a combattere duramente, Dadullah e Akhtar distribuivano telefoni satellitari e denaro per organizzare la nuova rete talebana. Gino Strada, però, rivela che Dadullah, citandogli il nome misterioso ha detto «che si tratta del fratello di un suo comandante».
Secondo fonti talebane, mullah Abdul Ghafar, un altro dei cinque rilasciati, è tutt’altro che un pesce piccolo. Dopo il crollo dei talebani venne catturato dai corpi speciali americani e deportato a Guantanamo. Ghafar riuscì ad ingannare gli investigatori Usa, che alla fine lo rilasciarono, per poi ritrovarselo come temibile comandante talebano nella provincia di Uruzgan. Alla fine del settembre 2004 gli americani annunciarono di aver eliminato Ghafar in un bombardamento. In realtà è sopravvissuto per finire nelle galere di Kabul, da dove è stato rilasciato per lo scambio con Mastrogiacomo.
Infine Hafiz Hamdullah: aveva fatto il console talebano a Peshawar e il responsabile del rimpatrio dei rifugiati afghani a Quetta, il capoluogo del Baluchistan, dove sarebbe stato avvistato mullah Omar, il leader guercio dei talebani. Verso la metà del 2006 è tornato clandestinamente a Kabul per organizzare gli attacchi suicidi nella capitale, dove è stato arrestato sette mesi fa.