I tifosi come gli estremisti: "Uno, cento, mille Raciti"

Il nostro meraviglioso pubblico ce l’ha fatta di nuovo. Sospesa Atalanta-Milan, rinviata Roma-Cagliari, il tam tam delle tribù ha fatto il giro d’Italia, anche a Taranto vietato giocare. Comandano loro, mascherati, con le sciarpe sul muso, il cappuccio a coprire il capo, le spranghe e le catene, i cori razzisti, gli striscioni volgari, gli insulti e le bestemmie. La banlieue italiana si raggruma e attacca contro un calcio di rigore, contro un arbitro venduto, contro celerini e carabinieri. È cronaca che dura da vent’anni almeno, non è storia di ieri. Vogliono la moviola in campo ma scappano come vigliacchi per non farsi riconoscere. Odiano, non tifano. Vanno alla guerriglia, non allo stadio. Usano il calcio come una latrina per le loro perversioni e depressioni. Si aggirano su internet, il circuito è immediato, le domande trovano risposte in automatico. Si chiamano «muri», forse per avvalorare l’idea di orinatoio, qui gli ultras scaricano pensieri e parole. Ieri i web-tifo hanno offerto il meglio del repertorio, dopo attimi di confusione. Hanno incominciato a chattare in ritardo, impegnati nei riti di stadio, sono bastati però due messaggi per capire che il poliziotto killer sarebbe stato la grande occasione in una domenica piatta.
Alcuni siti hanno interrotto le comunicazioni per lutto, poi i forum sono diventati caldi, passando dall’odio alla solidarietà, il nemico è diventato fratello, uniti per combattere contro il bersaglio facile, comodo, in divisa, lui sì individuabile, individuato. Foto di Gabriele Sandri e titolo: «Gli ha sparato la polizia. ASSASSINI». «10-100-1000 Raciti. Ciao Gabriele». «Sbirro a morte». Repertorio classico. Altre formule minacciose, linguaggio ordinario, italiano a volte falloso, non conta la forma ma la sostanza, laziali e romanisti diventano parenti strettissimi, gli atalantini bergamaschi smentiscono la Lega e chiamano alla lotta i terroni, veronesi e napoletani mai visti così avvinghiati. Si capisce, con il passare dei gol e dei minuti, che la partita dell’Olimpico tra Roma e Cagliari sarebbe stata cancellata, non dagli ordini preposti, si dice così, ma dai «muri» stessi: «dobbiamo unire tutte le curve». Lo stadio della capitale aveva già dato segni di celebrità al tempo del derby sospeso per un allarme e una finta notizia di morte, fu il trionfo, quello, del popolo bruto, senza internet ma con il coro uguale a quello di Bergamo: «Sospendete la partita, sospendete la partita» sulle note di «quando mammete facette»!, tragicamente ridicoli.
Un popolo che trova complici e avvocati difensori tra i giornalisti, i dirigenti, gli stessi calciatori, molti di questi impauriti, paurosi, ricattati, minacciati. La piazza torna a imporre le sue regole, una, cento, mille Nassirya, l’altro ieri; dieci, cento, mille Raciti, ieri; è lo stesso branco, guardateli, le stesse voci, le stesse posture, gli stessi segnali malvagi. Lo stadio, la partita, la curva, sono territori paralleli alle manifestazioni e ai cortei, la minoranza schiaccia la maggioranza, detta la legge, obbliga il resto del popolo a eseguire, a rinunciare, ad arretrare. Li riconosci, circolano sfacciati nei bar e nelle televisioni, si fanno intervistare, eleggono il loro capo che diventa duce, totem da venerare e omaggiare, organizzano il mercato sotterraneo, vendono magliette taroccate, fanno bagarinaggio, si prestano come body guard, camerieri, badanti alle famiglie dei calciatori che accettano volentieri nel timore di rappresaglie.
Fighter, ultras, commandos, brigate, drughi, sconvolti, diffidati, le insegne dei casati non necessitano di curriculum. Hanno i loro blog, dialogano con il branco avversario utilizzando i telefonini da una curva all’altra, usano internet per i loro rave party, trovano celebrazioni anche nella letteratura di comodo. PS ESSE ESSE era lo slogan del Sessantotto. Stiamo preparando i festeggiamenti per il quarantennale, mettiamoci dentro pure i sanpietrini, i gipponi, il sangue, di destra e di sinistra (!?!?), l’odio verso le forze dell’ordine, riavvolgiamo il nastro e osserviamo le immagini di queste ore, da Bergamo in giù o in su, rileggendo le parole perverse dei blog, ascoltando gli appelli farneticanti «perkè aspettare, ora attakkare!», roba da sturmtruppen ma non è un fumetto, semmai è fumo da droga.
Ma dove sono le famiglie di costoro? Che cosa pensano, dicono quando li vedono nei filmati televisivi? Figli del nulla. Di nessuno. Il ragazzo ucciso dal poliziotto serve per tornare a occupare le latrine. Il delitto dell’autogrill sembra uno di quei mille film americani dove i morti sono cento, le sparatorie mille, però e per fortuna è tutto finto. Il delitto dell’autogrill è uno dei tanti, troppi fatti di cronaca cattiva, incredibile, disgraziata, non può avere spiegazioni se non nell’esaurimento psichico, e fisico, di questo Paese, di chi lo deve tutelare e vive questa tutela quasi come una vergogna, un peso. Quello che è accaduto dopo, negli stadi, fuori e dentro, era già accaduto prima, in questi anni sempre uguali, è la sconfitta delle nostre istituzioni, lo Stato non ha più potere, deve fare i conti e sottostare alle richieste e imposizioni di una ciurma che trova anche fiancheggiatori tra alcune file della politica. Pronte le commissioni, i vertici, le interrogazioni parlamentari, attesi i minuti di silenzio tra applausi e cori.
Intanto a Bergamo sostituiranno la vetrata infranta, a Roma si piangerà un ragazzo ucciso e, sabato, in Scozia, la nazionale azzurra cercherà un posto in Europa. Proprio a Glasgow, qualche settimana fa, un ragazzo sciocchino, per aver dato un buffetto al portiere milanista Dida, si è beccato l’interdizione a vita dal calcio e centoventi ore di lavori socialmente utili. Anche quelli con il kilt sono riusciti a darci una lezione.