I tifosi del «governicchio» in pressing La sinistra si aggrappa pure al Kosovo

C’è chi spera in una crisi internazionale che renda urgente un esecutivo. Franceschini: «Cerchiamo di prendere fiato». Ma un ex ministro ammette: «Berlusconi non può che chiudere ogni spiraglio»

da Roma

Il pressing è partito, ed è destinato a farsi ancor più forte.
Sono scesi in campo tutti: dal leader di Confindustria Montezemolo alla Triplice sindacale fino al cardinal Ersilio Tonini. Tutti a lanciare l’allarme contro la «catastrofe» delle elezioni anticipate e a invocare una riforma elettorale. Il destinatario del pressing è uno solo: Silvio Berlusconi, perché è lui che ha il pallino della crisi in mano. Il tentativo è di spingerlo ad accettare un governo, sia pur di breve respiro, per fare la riforma elettorale. Un governo Marini (con relativa offerta della presidenza del Senato a Forza Italia), o un governo Amato, questi almeno i nomi circolati nel vertice del Partito democratico.
Il Pd, nelle consultazioni, chiederà unanime «un governo di responsabilità nazionale», per «il bene del Paese» e per fare le riforme. Ma proprio mentre i big del Pd erano riuniti, dal palco di Napoli Berlusconi annunciava l’apertura della «campagna elettorale per la libertà». E le sue dichiarazioni non facevano che smorzare le esilissime speranze.
Già, perché una cosa è certa, come confessa un alto esponente del governo dimissionario: «Ma quale interesse potrebbe mai avere Berlusconi a non andare al voto subito?». Per ora, ci si aggrappa all’apertura Casini alla «responsabilità nazionale». Il ragionamento è semplice: se l’Udc aprisse a un governo istituzionale, Napolitano, alla fine delle sue consultazioni, potrebbe verificare che esiste una maggioranza potenziale (con Pd, Prc, Sinistra democratica, verdi) che gli consente di dare un incarico.
Ma che poi ci si creda molto, a quelle parole, è un altro paio di maniche. Ancora una volta, tutto dipende dal Cavaliere: perché «Casini, in privato, ci dice chiaro che non vuole e non può permettersi la rottura della Cdl, e se quindi Berlusconi tiene duro sulle elezioni, lui non può che chiudere lo spiraglio», spiega un ministro appena uscito dal summit Pd.
Dunque, lo scenario che tutti danno per più probabile è quello delle elezioni, punto e basta. Tra metà aprile e maggio. Resta da vedere con quale governo: se non si aprono spiragli, per Napolitano diventerebbe difficile conferire un diverso incarico. E c’è chi a sinistra sospetta che a Berlusconi potrebbe non dispiacere lasciar Prodi fino al voto, come memento di ciò che fu il centrosinistra al governo. Piuttosto è nel Pd che, al di là delle pubbliche assicurazioni di «rapporti sereni», l’irritazione con l’ex premier che ha trascinato la coalizione al voto disastroso del Senato è forte. Come testimonia chi ha raccolto in queste ore gli sfoghi esasperati di D’Alema contro Prodi. E si sussurra che anche al Quirinale non dispiacerebbe sostituire l’inquilino di Palazzo Chigi, sia pur con un premier elettorale.
A dimostrazione che di evitare le elezioni c’è poca speranza, Veltroni, ai big riuniti, ha già mostrato un sondaggio che mostra le possibilità «espansive» (fino a sfiorare il 38%) di un Pd da lui guidato su una linea «di chiara discontinuità» rispetto alle coalizioni-caravanserraglio.
Però ci si proverà con tutti i mezzi, a spingere il Cavaliere a regalare un po’ di tempo in più. Si conta molto sulla moral suasion di Napolitano: il presidente, spiegano in casa Pd, «ha dalla sua una forte popolarità, testimoniata dai sondaggi che gli danno grande fiducia». Per questo, ragiona Piero Fassino, «a Berlusconi non sarà facile dirgli di no». «Dobbiamo cercare di prendere fiato, di allungare i tempi della crisi», è stata la tesi sostenuta ad esempio da Franceschini. Perché se i tempi si dilatano, qualche nuovo elemento potrebbe maturare. Ad esempio una bella crisi internazionale: ieri D’Alema si è allontanato prima dal vertice Pd dopo aver passato tutto il tempo al telefonino, a farsi informare sugli sviluppi della situazione nel Kosovo, sull’orlo dell’indipendenza. Un’emergenza evocata anche da Cossiga nel suo intervento sulla fiducia, e che potrebbe diventare «un elemento da tenere in considerazione anche in questa crisi», avverte un ministro. Ricordando che all’epoca della prima caduta di Prodi, nel ’98, proprio il Kosovo servì a spostare gli equilibri della politica italiana. Si può andare alle urne con un focolaio di scontro aperto in piena Europa?