I tifosi nerazzuri maledicono il palio di Siena

Gli ultrà ripiegano gli striscioni e urlano: «Andate a lavorare». In 200 aspettano il pullman dei giocatori e volano gli insulti. Nel mirino, soprattutto, Materazzi e l’allenatore Mancini

da Milano

Alla fine la Curva Nord non fischia, perché un ultrà non fischia mai. Ma rimangono qui, paralizzati, seduti sui gradoni del secondo anello del Meazza senza riuscire ad andare via. Lo stadio si svuota, mentre dalle poltroncine dell’anello inferiore volano cuscini ed improperi. Qui invece è il silenzio. E nello stadio deserto, per un quarto d’ora, dopo che anche Maicon si è rintanato in spogliatoio, restano i diecimila della curva nerazzurra, a guardare nel vuoto e a meditare sul senso della vita.
Ci credevano, gli ultrà, allo scudetto? Sì, ci credevano. Alle due di ieri pomeriggio, quando manca un’ora alla partita, in tutta la Nord non ci sta più uno spillo. La curva si è anzi moltiplicata, espansa, non occupa più solo il rettilineo sopra la porta ma anche le aree solitamente sonnacchiose dei rettilinei, quelle che di solito sono il regno di paciosi supporter di Rovigo o di Macerata. Invece ieri la Nord è enorme, sterminata. Tutti in piedi, perché la curva la partita la guarda in piedi, nell’afrore dei corpi e delle canne. Tutti in piedi, e - nella selva dei corpi - della partita si vede quel che si può. L’errore di Materazzi è uno spicchio di disperazione intravisto tra la coda di cavallo della bionda davanti e l’alito al campari di quello dietro.
Sì, la curva ci credeva. E non ha smesso di crederci sino alla fine, come solo le vere curve sanno fare. Eppure dall’alto del secondo anello la prospettiva è implacabile, vedi gli schemi che ci sono e quelli che non ci sono. Ma la curva è il regno del tifo acritico. Chi sottilizza, chi brontola, si accomodi altrove. La curva ci crede perché è fatta per crederci.
Anche quando il Siena pareggia, con Maccarone che irrispettosamente viene a infilare Julio Cesar proprio sotto la Curva Nord, e nel resto di San Siro comincia a serpeggiare qualche tremore, la fede degli ultrà non vacilla. L’orologio di San Siro segna le 15, 46 minuti e 46 secondi quando Supermario Balotelli incorna. La curva esplode. Sono passati diciannove anni dall’ultima volta in cui l’Inter vinse uno scudetto qui, davanti al suo popolo. Il terzo anello del Meazza non esisteva e i telefonini quasi nemmeno. Adesso invece è un’orgia di videofonini, la curva riprende se stessa. Ognuno fabbrica un ricordo destinato a intitolarsi «io c’ero».
E invece sì, potranno dire «io c’ero»: ma il film è stato diverso da quello che ero venuto a vedere. Kharja pareggia e ghiaccia tutti gli ottantamila, curva compresa. Persino i fusti a torso nudo che, a precipizio sulla balaustra, dirigono i cori sembrano restare senza voce. «E adesso vedrai che andiamo in vacca», si lascia andare uno che ne ha viste tante. Ma è un attimo, la Nord non conosce la parola mollare. Anche se sono gli ultimi a crederci, e forse proprio per questo. «Forza ragazzi», attacca la curva. Il resto dello stadio non sembra sentirla, gli undici in campo neanche. Invece è in quel momento che arriva il rigore.
Che Materazzi possa sbagliare alla curva non passa per la testa. Perché lui è Matrix, il guerriero, e su dieci maglie nerazzurre, in curva otto portano il suo nome. E perchè Matrix è qui, sotto di loro, e possono vedere il colore dei suoi occhi. Per due, lunghi minuti, in diecimila pensano: «È vinta, e io c’ero». Invece Materazzi la mette lì, in bocca a Manninger.
A quel punto la curva, persino la curva, capisce: e insieme ai sogni ripiega gli striscioni. «Andate a lavorare» gridano i duecento cani sciolti che aspettano il pullman nerazzurro all’uscita degli spogliatoi. C’è chi fa la posta a Materazzi, chi insulta l’allenatore del Siena. Ma sui gradoni, nel Meazza che si vuota, una signora bionda raccoglie già i soldi per i biglietti dell’ultimo pullman con destinazione Paradiso. A Parma, vada come vada, la Nord ci sarà.