I tifosi pagano anche il funerale per far sentire il Prof allo stadio

Cori, sciarpe e tanti ricordi: così i genoani lo hanno salutato Messina gli dedicherà lo stadio, una zolla del Ferraris a Lipari

Diego Pistacchi

Da quella diretta di morte, per la prima volta e a prescindere dai giudizi di merito, un giorno alla Franco Scoglio. Con un sagrato trasformato in stadio. E con tanto di sciarpe, striscioni, inno del Genoa cantato all’unisono da più di cinquemila persone che impediscono al carro funebre di portare via il Professore, pugni politicamente chiusi, applausi. Tutti per il protagonista, lui. Perché lo ha detto Gennarino Ruotolo, all’uscita dalla chiesa di Santa Maria Assunta in Carignano, a nome di tutti: «Lui era questo, avrebbe sdrammatizzato, e comunque resterà sempre con me, dentro di me». È stato un funerale. Ma è stato come se Scoglio fosse lì, sdraiato, con gli occhi chiusi, ma vivo. Con i tifosi a cercare di toccare la bara, come fosse un ciuffo d’erba dell’Anfield Road nella notte magica di Liverpool. Come se fosse una zolla del Ferraris, rubata il giorno della festa promozione 1988-89, che un genoano ha donato al sindaco di Lipari perché venga piantata nel campo sportivo dell’isola natale del «Prof». Padre Mauro, dall’altare, aveva parlato di «vuoto incolmabile», lasciato dal «profeta che una volta aveva detto: “morirò a Genova parlando del Genoa” e così è accaduto». Ma aveva anche avvertito che oggi Scoglio lo rimbrotterebbe: «La morte non è nulla, ciò che ero per voi lo sarò sempre», avrebbe voluto dire.
Lo avrebbe voluto dire a quel suo «popolo genoano» che inventò e che è stato citato otto volte durante la funzione. Ad Aldo Spinelli che dopo aver abbracciato la famiglia sul sagrato è risalito in macchina prima ancora che la bara entrasse in chiesa. E al suo amico Claudio Onofri, che per ricordarlo dall’altare come «unico, uomo vero», indossava proprio uno di quei giubbotti tanto cari al prof. E a Giovanni Vavassori che, sempre in jeans e maniche arrotolate, ieri aveva messo il vestito e la cravatta. O ai ragazzi che a scuola hanno smesso di seguire le lezioni per affacciarsi sulla piazza e urlare: «Franco Scoglio olé». A chi in un periodo di divisioni tra tifosi, ha voluto rispolverare lo striscione della «Fossa dei Grifoni» che rappresentava tutti i cuori rossoblù e che è il simbolo di quella Gradinata Nord che ha pagato le spese del funerale. Ai «suoi» campioni, dai nazionali Eranio e Ruotolo, a Torrente, Bortolazzi, Rotella, Nappi, Tacconi, Lorieri. E a chi ha già annunciato che lo stadio di Messina gli verrà dedicato alla prossima riunione utile di consiglio comunale.
Ieri, nell’assessore Giorgio Guerello con la fascia tricolore al posto del sindaco Pericu e nel gonfalone delle istituzioni, c’era lo Scoglio che non rispondeva ai giornalisti che non si radevano la barba. Ma c’era anche lo Scoglio che parlava «ad minchiam», in quel fiocco rossoblù fuori ordinanza che ornava la moto dei vigili urbani. Nel Vangelo delle «beatitudini» c’era lo Scoglio che trovava il modo per citare Dio e Gesù parlando di rombo e verticalizzazioni. Nel viavai continuo dentro e fuori della Chiesa nel corso della funzione c’era lo Scoglio che metteva o diceva di mettere davanti a tutto il calcio. C’era la Genova rossoblù, anzi c’era tutta Genova. Tutta l’Italia del calcio con le delegazioni della Lucchese e del Messina, anzi tutto il mondo del calcio, con i rappresentanti della Tunisia. E c’era anche Al Jazeera per un funerale senza confini. Come quello di Fabrizio De André che, lo ha detto padre Mauro al Prof, «insieme al tuo capitano ti accoglierà con la chitarra». Ieri Scoglio ha riottenuto di indossare la maglia del Genoa, adagiata sulla cassa, con tanto di titolo accademico di «Professore» stampato sulle spalle. Era quello che voleva, che gli bastava per dire: «E qui chiudo».