I tormenti di un secolo nella Grande Peste che dimezzò Genova

Alessandro Massobrio

Un libro prezioso, che merita senza alcun dubbio la terza ristampa cui è giunto. Si tratta della storia della Grande Peste, da scrivere rigorosamente in maiuscolo per mettere in evidenza l'eccezionalità dell'evento, a cui risposero in maniera altrettanto eccezionale le più nobili personalità del tempo. Un evento che il cappuccino Padre Romano da Calice, con la consumata maestria di un pittore di scuola genovese - fiamminga (un Piola o un Fiasella, ad esempio ) ha saputo ritrarre, secondo tòpoi ormai consacrati: cieli rossastri, corpi pallido - violacei, ombre dense, entro le quali avanza a gran passi la grande uguagliatrice: Madonna Morte.
La peste del 1657 a Genova non può, infatti, essere adeguatamente descritta se non ricorrendo al bagaglio dell'immaginario collettivo. Tanto in essa il racconto storico si fonde con la leggende e l'incubo con la più atroce realtà. La Repubblica, passata indenne attraverso la grande epidemia del 1630, quella che Don Lisander attribuiva alla discesa dei Lanzichenecchi in Italia, non sfuggì invece, circa trent'anni più tardi, alla sua più giovane consorella. Che, dopo aver devastato Napoli e Roma, decise di sostare a Genova, di cui - secondo le stime più approssimative - giunse a dimezzare la popolazione.
Una popolazione di circa 90 mila abitanti, fortemente accentrata nella zona del porto, da dove la città aveva sino allora tratto la fonte maggiore dei suoi guadagni. Ma il Siglo de los Genoveses stava tramontando anche in Liguria. La dichiarazione di bancarotta da parte di Filippo IV - bancarotta di stato, che dunque trascinava con sé le speranze e i beni di molte altre nazioni satelliti - si era appena abbattuta sulla città della lanterna, che anche la peste pensò bene di bussare alle porte.
Secondo quanto testimonia la splendida ricerca di Padre Romano, l'infezione si diffuse attraverso non i topi ma le pulci. Furono indumenti usati, sbarcati clandestinamente nella zona tra Sturla e Capo S. Chiara, i veicoli del contagio. In quelle lane, in quelle stoffe, si nascondevano i piccoli parassiti, portatori di morte.
Il morbo assunse subito dimensioni preoccupanti. Entro il primo anno, il fatale 1656, quasi tremila individui perirono, tra gli spasimi dei bubboni e della setticemia, puntualmente evocata dalla mancanza di igiene dei bisturi e delle lancette dei chirurghi.
Verso il dicembre di quell'anno la pandemia parve rallentare il suo ritmico movimento di falce. Qualcuno addirittura si illuse che la peste avesse lasciato la presa, attirata forse da più fertili terreni di fienagione, ma era illusione soltanto. Nella primavera dell'anno seguente, la grande uguagliatrice tornò all'opera e con lena ed ardore impareggiabili. Fu allora che emersero le grandi anime, gli eroi di una carità come solo lo spirito della Controriforma sapeva evocare.
Basti pensare ad Emanuele Brignole, il patrizio a cui dobbiamo l'erezione dell'Albergo dei Poveri, che nelle fondamenta di quello stesso Albergo, da solo o quasi, ebbe il coraggio e la forza di trasportare più di nove mila cadaveri, onde dar loro cristiana sepoltura ed allontanare il pericolo di un ulteriore contagio. E che dire delle suore di N.S. di Monte Calvario, le religiose fondate pochi anni prima dalla beata Virginia Centurione Bracelli, molte delle quali persero la vita nell'intento di portare soccorso ai morenti?
Padre Romano da Calice descrive tutto ciò non soltanto servendosi di rarissimi documenti d'archivio e di inedite iconografie, ma anche attraverso uno stile denso come una pennellata barocca. Capace cioè, nel mistero di un chiaroscuro, di evocare i tormenti e le passioni di un intero secolo.
Romano da Calice, La Grande Peste. Genova 1656 - 1657, De Ferrari - Nova Scripta, Genova 2004, pag. 262, euro 32,00.

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