I «Tradimenti» senza pepe segnano il declino di Pinter

A Brescia Cesare Lievi dirige una pièce troppo di maniera

Enrico Groppali

Ci sono uomini e istituzioni che, come il buon vino, invecchiando migliorano. Mentre un liquore mal concepito decade fino a tramutarsi, secondo la definizione di Goldoni, in una indigesta «lavatura di fiaschi». È ciò che accade da tempo al poeta laureato Harold Pinter le cui ultime prove non sono che il riflesso di quei capolavori del sottinteso che ne hanno assicurato la fama. E che tuttora ne promuovono il mito, nonostante l'evidente stanchezza dello scrittore prigioniero di una formula da cui non riesce ad evadere limitandosi, come fa nei suoi ultimi patetici interventi, a sterili variazioni sul tema. Di questo manierismo fine a se stesso Tradimenti costituisce l'epitome per il semplice motivo che, nella pièce, non accade nulla. Oltre al minuscolo colpo di scena di un adulterio (quello consumato da Jerry ed Emma, intimo amico e sposa in apparenza fedelissima del traditissimo Robert) che i contraenti fingono di dissimulare alla vittima. La quale sa tutto perché la moglie gliel'ha confessato all'insaputa dell'amante.
Su questa sbiadita «tranche de vie» Pinter, che non ha più nulla da dire, dispiega un inconsueto accanimento terapeutico dividendo le scene in sezioni, abbassando il sipario al momento in cui dovrebbe accadere qualcosa o sollevandolo con astio quando, al posto dei problemi di coppia o degli ironici affondi sul mondo editoriale (i due amici pubblicano nuovi romanzieri a getto continuo), sul palcoscenico regna la chiacchiera. Che fare quando un regista che si rispetti si trova alle prese con una pochade che fa di tutto per non sembrare tale? A differenza di Patroni-Griffi che, quando mise in scena questo noioso compitino, puntò tutto sull'eleganza dei costumi, Cesare Lievi tratta da maestro l'apologo squinternato dell'inglese imponendo allo scenografo Josef Frommwieser angolazioni espressioniste e un arredamento più inquietante che allusivo alla mediocrità dei personaggi. Ai quali Stefano Santospago e Massimo Popolizio si sforzano con eccellenti risultati di conferire quella credibilità che, nel copione, viene loro negata. Mentre Laura Marinoni, visibilmente a disagio, si limita a ripetere scolasticamente le battute dell'esile copioncino riservandosi solo al finale una impennata da attrice di razza.

TRADIMENTI - di Pinter CTB di Brescia. Regia di Cesare Lievi, con Stefano Santospago, Massimo Popolizio e Laura Marinoni. Milano, Teatro Grassi, fino al 28 maggio.