I tranquilli anni '50 sconvolti dal "rock dell'orologio"

Il 20 maggio 1954 venne distribuito il singolo Rock around the clock di Bill Haley & his Comets. Fu subito un successo strepitoso diventando la colonna sonora di una generazione, quella di Jeames Dean e della sua «Giovedì Bruciata»

L'una, le due, le tre esatte, le quattro, le cinque le sei esatte...e così via di seguito fino alle 12. Sempre esatte. Che sarebbe poi la traduzione letterale di «o'clock», cioè «d'orologio». È l'inizio, che forse sarebbe stato meglio lasciare in inglese vista la banalità, della più famosa canzone del Novecento, o quanto meno quella che più ha inciso sul costume, «Rock around the clock», lanciata sul mercato il 20 maggio 1954. Scritta da Max C. Freedman e James E. Myers nel 52 rimase chiusa nel cassetto per un paio d'anni prima di essere portata al successo da Bill Haley & His Comets. E dopo, come si usa dire in questi casi, niente fu più come prima. Esplose il «rock 'n' roll», colonna sonora della «Gioventù bruciata», primi squilli di ribellione di una generazione che non voleva più stare nei panni dei propri genitori. Un conflitto generazionale che proseguì per quasi vent'anni, durante i quali la parola d'ordine era «Non fidarsi di chi ha più di 30 anni».
Negli Stati Uniti, il prima di «Rock around the clock» era un mondo patriarcale e tranquillo, con i padri al lavoro, la mamma a casa a rassettare, preparare succulenti pranzetti e tenere in ordine bambini belli, biondi e obbedienti. Che a loro volta anelavano solo farsi una famiglia e mettere al mondo altri figli belli, biondi e obbedienti. Ma all'inizio degli anni Cinquanta il sistema cominciò a scricchiolando. Certo i giovani americani avevano accettato il conflitto in Corea, tra il 1950 e il 1953, senza grosse resistenze, ben diverse saranno invece le reazioni all'impegno in Vietnam. La guerra dopo tutto era «nelle cose», l'avevano fatta i genitori, i nonni e i bisnonni. Era un evento naturale come la siccità e la grandine, fastidiose forse ma inevitabili. Come erano inevitabili le ingiustizie, le diseguaglianze, le classi sociali. E in America persino le discriminazioni razziali.
Poi la ribellione. Improvvisa, inaspettata e in certi casi violenta, anche se all'inizio «senza causa». Che trovò subito nel «rock 'n' roll» la sua colonna sonora. «Rock around the clock» deflagrò come una bomba, improvvisa e devastante nonostante un testo tutto sommato infantile. In buona sostanza dopo aver «battuto» tutte le ore, annunciava che si sarebbe ballato il «rock» per tutta la notte. Il regista del «Seme della violenza», film del 1955 ambientato in una scuola problematica di una turbolenta periferia urbana, lo inserì nella colonna sonora. Contribuendo a farne il mito di una generazione come saranno poi James Dean, protagonista di «Gioventù bruciata» (in inglese «Rebel Without a Cause», appunto «Ribelle senza causa») uscito quello stesso anno. I ragazzi dei «favolosi anni '50» iniziarono a mettersi tonnellate di brillantina su ciuffi per farli diventare sempre più monumentali. Saltarono tutti insieme su rombanti motociclette, indossando jeans e giubbotti in pelle come Marlon Brando nel «Selvaggio», prodromo del ribellismo già nel 1953. E soprattutto rifiutarono autorità e modelli paterni. Non c'era film dell'epoca senza uno scontro piuttosto violento tra genitori e figli. Memorabile un James Dean che, nel già citato «Gioventù bruciata», urla al padre «Volevo solo che mi volessi bene». O Sandra Dee che in «Scandalo al sole» del 1959, dopo aver preso un sonoro ceffone dalla madre per essersi innamorata del ragazzo «sbagliato», finisce contro l'albero di Natale e ironicamente fa gli auguri di buone feste. Pochi anni ancora e sarebbero esplose le rivolte studentesche, prima in America nel 1964, nel campus di Berkeley, poi in Europa nel 1968, il famoso maggio Francese esportato poi anche in Italia.
Anche perché «Rock around the clock» non rimase a stagnare negli angusti confini statunitensi ma varcò ben presto gli oceani per invadere l'intero mondo occidentale. In Italia ebbe un'accoglienza altrettanto strepitosa che negli Usa. Nel 1956 il Quartetto Cetra incise la versione italiana con testo di Tata Giacobetti, intitolata «L'orologio matto». Negli anni seguiranno le versioni in inglese di Renato Carosone, Gastone Parigi, il Quartetto Radar, Flo Sandon's e Marino Marin fino ad Adriano Celentano che ancora nel 1977 ottiene un incredibile successo. Si caratterizza talmente come colonna sonora di un'epoca da venire puntualmente infilato in qualsiasi film o serie televisiva ambientato negli anni Cinquanta come «American Graffiti» o «Happy days».
Alla fine nella graduatoria dei singoli più venduti al mondo «Rock around the clock» si posizionerà al quarto posto con 20 milioni di copie, dopo «White Christmas» e «Silent Night» di Bing Crosby e «Candle in the Wind 1997/Something About the Way You Look Tonight» di Elton John, per altro sull'onda dell'emozione per la morte di Lady D. Bill Haley, 29 anni all'uscita del disco, si godette poi in sempiterno il successo del suo «orologio» diventando il primo grande divo del rock 'n'roll «bianco», aprendo la strada a Elvis Presley e Gene Vincent. Continuò a sfornare grandi successi, anche se nessuno eguaglierà «Rock around the clock», e rimarrà attivo fino al 1980 nonostante la sua dipendenza dall'alcol, da lui stesso confessata pubblicamente. Alla fine del 1980, Haley scoprirà di avere un tumore al cervello contro il quale combatterà coraggiosamente. Nei mesi successivi lavorerà infatti alla sua autobiografia in vista di un film sulla sua vita, fino alla sua morte il 9 febbraio 1981. Ma ancora adesso a distanza di 60 anni esatti, «One, two, three o'clock, four o'clock, rock» evoca Haley e le sue Comete, James Dean, Marlon Brando Elvis Presley e tutti quei «Ribelli senza causa» che cambiarono la storia e il costume di mezzo mondo.